25 maggio 2012

un piccolo frangente


Il mio luogo di lavoro è (grazieaddio) decentrato rispetto alla città, ma qualche volta, per motivi di lavoro, devo recarmi al centro, e per questi spostamenti mi servo dell’autobus.
Ho sempre pensato che, anche chi è abituato a muoversi con la propria auto, dovrebbe provare ogni tanto a salire su un autobus.
Come sa bene chi è abituato invece ad usarlo, sull’autobus si incontra uno spaccato di umanità che quasi mai lascia indifferenti. Nei miei brevi spostamenti i passeggeri più frequenti, molti proprio pendolari tutti i giorni, sono pochi impiegati e molti contadini e contadine che raggiungono le rispettive campagne dell’agro intorno. Questi ultimi portano sempre delle buste piuttosto cariche e si conoscono tutti, perciò a volte partono delle discussioni con un volume di voce adatto più ad ampi spazi aperti che ad uno strettissimo autobus (a me, sta stretto).
Inutile dire che questo mi piace tantissimo, ascoltarli, spesso, è una piacevole distrazione ma oggi è stato diverso…
Il tragitto che seguo passa di fronte alla Caritas, o qualcosa di simile, un luogo preciso dove viene distribuito del cibo agli indigenti.
E ho visto sbalordita la fila ingrossarsi sempre di più, una moltitudine di persone che non ce la fa a fare la spesa alimentare. A comprare i beni di prima necessità. Fantasmi che mascherano in “due chiacchiere con amici” una dignità calpestata, visibile ai passeggeri di un autobus come a qualunque passante.
I pochi impiegati sull’autobus sostengono con sorrisi sarcastici che molti di loro non hanno realmente bisogno, ma noto compiaciuta che le contadine e i contadini non danno retta alle loro insinuazioni.
Io, come sempre, sono combattuta.
Se distolgo lo sguardo posso apparire indifferente e dare l’impressione così che loro per me sono invisibili. Se li guardo ho paura di non rispettare la volontà di chi penso vorrebbe passare inosservato. A chi devo dare retta?

Alla spontaneità, li guardo, perché devo sapere che esiste questo stato di cose, se il mio sguardo ha il potere di trasmettere i miei pensieri, sapranno che sono con loro, sono vicina, e mi dispiace, perché non è per niente giusto. Ecco…un piccolo frangente di una giornata qualunque, un piccolo frangente che fa rumore.

21 maggio 2012

...la curiosità...




è cosa buona e giusta


19 maggio 2012

...rieccola





a Brindisi, di fronte a una scuola,
la strategia della tensione

Sdegno sdegno sdegno

12 maggio 2012

...dal carretto degli interrogativi



Molto tempo fa ho scritto un post per raccontare di un libro dal titolo La grande domanda, e se volete potete leggerlo qui.

Nella mia vita ribaltata, Ora, inizio ad immaginare di incontrare gli stessi personaggi ma a cambiare è  la domanda. Dal carrettino degli interrogativi che mi porto sempre appresso, è spuntata fuori una domanda che è l’inverso di quella del libro. Quello che voglio sapere adesso non è perché veniamo al mondo, voglio sapere perché ne veniamo sottratti. (E senza entrare nel merito del come…)

[A dirla tutta, ho capito che a me questo mondo dove si entra e si esce una sola volta non mi piace proprio per niente, troppo troppo restrittivo!]

Forse le risposte più probabili alla nuova domanda sarebbero:

perché ogni cosa ha un inizio e una fine
perché non si sopporta più il peso della vita
perché lo si sopporta amandola troppo
perché la crudeltà può essere parte integrante del percorso
perché ogni cosa è scritta
perché siamo alberi e non pietre, gli alberi crescono, prosperano e muoiono
le pietre si consumano secondo me quando sono già stanche di esserci
perché la bellezza persino lì risiede, a volerla vedere
perché era necessario lasciare un insegnamento
(e l’insegnamento può essere quello di amare di più la vita, come suggeriva La Morte in quel libro)
perché si potesse capire meglio il segreto dell’amore
perché…


P.S.: il genialissimo Wolf Erlbruch si è occupato anche del tema della morte raccontata ai ragazzi in L'anatra, la morte e il tulipano e se ne può vedere il video qui

5 maggio 2012

pensandola...sempre


Non mi genufletto davanti ad un altare
Non mi rivolgo a nessuna divinità
Perché mi sento afona
E’ la natura a soccorrermi,
quando mi accorgo che il mondo va avanti
senza i tuoi grandi occhi
E interrogo il vento e le nuvole, i rami e le foglie
persino l’acqua che scorre e i giorni di siccità.
Avevo dita contadine che si affaccendavano e gioivano
Ora domandando si rivolgono a ciò che le circonda e
che, nonostante tutto, continua a prosperare.
Sopravvivere è anche questa atrocità:
una realtà sbattuta in faccia al risveglio, i silenzi che chiedono conforto,
la paura di dimenticare gesti e sguardi e toni di voce
la paura che il tempo non lenisca
perché io non voglio dimenticare.

(sempre per Scricciola che mi manca come l'aria)

1 maggio 2012

la vita è il costo del tuo lavoro


di Edoardo Nesi 
Il costo del tuo lavoro è la vita. La tua vita. Sei un'operaia e vai ogni giorno a lavorare in uno scantinato. Lo scantinato è un opificio. Una maglieria. Tu confezioni maglie. Un giorno cominci a sentire strani rumori che non hai mai sentito prima.
Sono come dei gemiti, degli scricchiolii. Non vengono dalla strada vicina, o dalle macchine davanti alle quali lavori. Vengono dalle mura del palazzo. Ti chiedi cosa possano voler dire. Non puoi accettare che siano ciò che pensi. Ti dici che forse è normale sentire degli scricchiolii, in un palazzo così vecchio. E continui ad andare a lavorare. Ogni giorno. Ti chiedi se non dovresti parlarne con qualcuno. Coi sindacati, coi vigili. Con la polizia. Coi carabinieri. Ma non lo fai. Ti scordi di farlo. Preferisci scordarti di farlo, forse. Ogni giorno vai avanti, e torni lì, a lavorare. Perché devi. Devi pagare la spesa, i vestiti dei bambini, il mutuo. Continui a lavorare. È quello che fai, che hai sempre fatto. Lavori sepolta in uno scantinato per combattere la concorrenza di altri disgraziati come te. Sei impegnata in una competizione crudele con altri lavoratori che lavorano in altre fabbriche, in tutto il mondo. Fabbriche probabilmente più sicure dello scantinato in cui lavori tu. Ma non importa. Devi lavorare e lavorerai. Non credi davvero possibile che un palazzo possa cadere. E poi, proprio su di te. Ti dici che queste cose è molto difficile che succedano. Che non succederà proprio a te.
Il costo del tuo lavoro è la tua vita, ragazza mia. E non dovrebbe essere così. Non è giusto che sia così. Non quando con il tuo lavoro stai producendo parte dell'eccellenza mondiale. Il Made in Italy. Perché non importa quale sia la qualità delle maglie che produci. È merce fatta in Italia. Ha un valore misurabile, e lo si applica a ogni straccio e a ogni accessorio che venga prodotto nel nostro Paese. Da chiunque. Decine e decine di migliaia di cinesi sono venuti e continuano a venire a lavorare in Italia, chiusi in scantinati come il tuo, per poter produrre merce Made in Italy. Sei parte di una catena di lavoro che un tempo era una cosa gloriosa, ragazza mia, l'orgoglio e il vanto della nostra nazione, e oggi invece non ha più alcun senso. Ricordalo, e salvati.

Da: Il Corriere della Sera 4/10/11
Dedicata alla tragedia per il crollo della palazzina a Barletta in cui nel 2011 persero la vita quattro operaie di un opificio e una ragazzina di 14 anni.

25 aprile 2012

...io vorrei bussare ad ogni porta

[...] E in quest'ora di freddo, in cui la terra
sa di polvere umana ed è sì triste,
io vorrei bussare ad ogni porta
e supplicare a non so chi perdono
e fargli pezzettini di pan fresco,
qui, dentro il forno del mio stesso cuore.

[César Vallejo da: Se sopravvive la parola, Edizioni Gorée, c2009]

** I coniglietti di mandorle fresche sono una tradizione che mi viene da Margherita, donna sicula forte e testarda verso la quale porto molto affetto



1 aprile 2012

di tali cose


[...] Ecco che piove,
come se da lontano un cuore astrale
lasciasse andare ogni ragionamento,
e noi sentiamo scorrere il minuto
che ricompone il mondo in un pensiero -
ed è il tempo di un bacio, di un saluto.

Di tali cose l'esistenza ha amore.

[Silvia Bre da: Le barricate misteriose, Einaudi, c2000]

23 marzo 2012

blog e diari di bordo

La mente umana è avvezza a viaggiare con la fantasia. Penso sempre nel bene e nel male, perché siamo tanto abili ad immaginare cose fantastiche e inarrivabili, quanto a figurarci catastrofi e tragedie greche. Ma ci sono cose che proprio mai ti saresti aspettato, neanche nei momenti di più cupo pessimismo. Cose che non si potevano mettere in conto, cose a cui mai e poi mai e poi mai avresti potuto abituarti.

La morte di Scricciola, che non è arrivata al suo 30° compleanno, rappresenta anche questo per me. Una cosa inimmaginabile che genera un tempo nuovo nel mio cuore.

Per questo le ultime pagine del mio blog sono così tristi da imbarazzare persino me, ma è questo che c’è nelle mie giornate e nelle notti agitate.

Questo blog aveva inizialmente l’intento, non so se l’ho mantenuto, di segnare quello che si fermava nei miei giorni. Ero abituata, negli assembramenti studenteschi prima, e in un’altra famiglia che ho avuto poi, a compilare diligentemente un diario di bordo, dove si annotavano i lavori della casa e della campagna, ma anche tutti i momenti in comune con gli amici. Chiunque poteva scriverci su.

E a quel diario, in particolare, voglio molto bene.

Così, una volta aperto il blog, ho miseramente tralasciato il mio Diario di bordo, che col blog non può essere sostituito. Semplicemente perché con questo mezzo che io ho creato e che gestisco irregolarmente, non ho la confidenza e l’intimità che sentivo col vecchio diario.

Scusate l’amargura di questi ultimi tempi, e se possibile cercate di capire.

Un caro saluto a tutti i miei lettori e a quelli di passaggio

16 marzo 2012

tagliente nostalgia

Disegno: ©Arnicamontana

8 marzo 2012

cosa fare della fragilità

Dall'intervista a Michela Marzano sul suo ultimo libro *, riporto:

[...] accettare il fatto che sei fragile e farne un punto di forza. Perché in fondo la fragilità, credo, mi permetta poi oggi di sentire cose che altri non sentono.
Perché quando non si è fragili ci si chiude a chiave e si attraversa il mondo.
Mentre quando si ha questa fragilità il mondo lo si beve, e quando lo si beve lo si può anche restituire[...]



Mi ci sono riconosciuta subito su questa accezione della fragilità, e mi è piaciuto il concetto che si possa bere il mondo per poi restituirlo…Chissà…L’impegno più grande e arduo sta nel trasformare la fragilità in punto di forza ; io non riesco ad immaginarlo.

Ancora, a questo punto del percorso della mia vita, non lo so neanche immaginare.


*Michela Marzano, Volevo essere una farfalla : come l'anoressia mi ha insegnato a vivere, Mondadori, 2011


1 marzo 2012

la tua immagine


Alla fine, nei miei giorni,

quello che mi torna è sempre la tua immagine.

I mille gesti quotidiani, quelli nuovi e quelli che si ripetono sempre uguali, a te mi riportano.

Non so viverla questa mancanza, questa cosa contro natura, non so viverla né dentro né fuori di me. Realizzo sempre cose nuove, che possano onorare la bellezza che eri. Instancabile, cerco idee, creo, perseguo quello che di me amavi.

Nel tuo nome.

E la tua immagine ritorna, carezzevole e in movimento,

come la cima di una giovinetta palma”…

Torna, a ricordarmi che sopravvivo, per mia fortuna e non mio malgrado, sopravvivo.

Ai tuoi giorni felici, ai tuoi sogni interrotti, alla danza dei tuoi passi.

Il mio tempo nuovo è dentro il ricordo costante di te e di ciò che la tua giovane età mi ha insegnato.

Io li riprenderò in mano i colori, non ho bisogno di promettere, perché ogni volta sento che ci sarai tu a ricordarmelo.

“ […] Noi, violenti, duriamo più a lungo.

Ma quando, in quale di tutte le vite

saremo mai aperti, pronti a ricevere?”

[R. M. Rilke. Da: I sonetti a Orfeo, part.II]


ancora e ancora per Scricciola

28 febbraio 2012

dentro e fuori

Zizou, dall'interno, guarda la Gatteria fuori


Approfitto di questa mia incursione per segnalare ai miei pochi e fedeli lettori un blog appena nato che merita davvero attenzione. Un caro saluto a tutti

7 febbraio 2012

una poesia in regalo

[E. Hopper, Chop Suey, 1929]

Ricevo da Baldo, mio poeta amico, dei versi dedicati alla mia famiglia....di amazzoni.
Oltre a voler dare visibilità a questa poesia, trovo che ci stia proprio bene in questo mio blog che, come una meridiana, segna il mio tempo. Grazie Baldo, di cuore

Le donne arcobaleno

Le ho viste, anni fa,riparate da balconi fioriti

in un paese dove le gambe crescevano forti.

Erano bagnate da gioia recente e dolore antico

come vetri nel mare.

Avevano le tasche piene di sorrisi

e il coraggio dipinto sul viso.

In ognuna c'era la storia delle donne precedenti

come in un arcobaleno l'abbraccio dei colori.

Le ho viste,ora, alcune con valigie sempre pronte

altre che viaggiano comunque nella vita.

Danzavano, davanti ad un addio

come Zorba e il suo santuri,

orfani di un figlio.

Ballavano come hanno sempre fatto

per insegnare a noi uomini

come si accarezza la terra con i piedi,

gli occhi alti

per proteggere noi dalla paura.

E più di queste parole scartellate

la vera poesia la trovi nelle loro vite,

quella che lasciano nelle nostre mani

anche quando le sai lontane.

baldo primofebbraioduemiladodici

27 gennaio 2012

mi piace perché

Da piccola, uno dei miei incubi ricorrenti era quello di perdere la memoria. Sognavo spesso di smarrirmi chissà dove e poi di non ricordare più niente. In quell’amnesia si nascondeva ogni sorta di pericolo, soprattutto quello di non poter fare ritorno a casa.
Può darsi che da questa grande paura sia nata la mia mania per le liste.

Così…per ingannare la pesantezza dei pensieri e dei battiti, ho voluto stilare un elenco di alcune delle cose che mi piacciono e perché.


Mi piace quando ai cigli delle strade vedo dei filari di alberi a riposo dai quali si intravvedono dei nidi.
Perché mi piace immaginare tutto l’alacre lavorio che ha preceduto la costruzione di una dimora provvisoria, come lo è sempre quella dei volatili.


Mi piace tanto la giornalista del Tg3, Mariella Venditti, che annuncia il “telegiornale per le persone sorde”…Ricordo anche che la prima volta ha precisato “perché così vogliono essere chiamate”, e ha imparato a dirlo nella lingua dei segni.
Perché è appena giusto non cercare di ingentilire verbalmente una condizione che per sua natura è faticosa. Chiamare le cose col proprio nome restituisce valore e verità. E dignità.


Mi piace quando il cielo a volte si fa così minaccioso e io corro subito a mettere al riparo gli arnesi, a levare di torno tutto ciò che non può essere bagnato, quel cielo che quando lo guardi ti aspetti il peggio e poi…improvvisamente, cambia umore e tutto si rischiara.
Perché mi ricorda che niente dura per sempre e che non tutto ciò che ci sembra tale sia realmente una minaccia.


Mi piace captare gli sguardi d’intesa, percepire quasi col corpo che – in silenzio – ci siamo capiti.
Perché le parole hanno dei limiti che a volte fanno male. E perché i fraintendimenti e le incomprensioni crescono e pascono animi fragili.

Mi piacciono tanto gli abbracci protettivi. Quelli che ti portano a pensare “voglio restare così per tutto il resto della mia vita”. Perché di protezione… chi non ha bisogno?


Mi piace quando una persona che pensa di non sapersi esprimere, improvvisamente lo fa. Perché il coraggio quasi sempre ripaga.


Mi piace ricevere lettere, elettroniche o cartacee, mi piace riceverle e curare la corrispondenza in genere. Perché la scrittura è il mezzo di comunicazione che ho eletto e il fatto che qualcuno mi dedichi un pochino del suo tempo, scrivendomi, mi dimostra che il pensiero suo per me si concretizza.


Mi piace lasciare un angolino nel mio cuore dove le cose belle possano accomodarsi,
anche se da un po di tempo sono solo una ingenua che tenta di aggirare il dolore.
Ma non voglio perdere l’abitudine di annotare le cose belle, in qualche modo me lo devo.


Yann Tyersen, La valse d’Amelie

16 gennaio 2012

La ricerca

[da: Le Fabuleux Destin d'Amélie Poulain]



E’ quello scorrere leggero di acque chete che cerco,
quel battito d’ali, quel passo lieve di danza.
Cerco quella sincerità degli occhi

Quell’amare
onorare
innalzare
elogiare e incalzare la vita
quel sentirsi piccola piccola anche di fronte a monete di minor valore.
Cerco quel carico d’amore e quella tenerezza inesprimibile che riusciva ad ispirare

In quale interminabile lista posso riportare ogni piccolo gesto che di lei mi manca?

Ti cerco ovunque e ovunque, i miei cinque sensi ti cercano e ricordano

Come guerrieri disarmati, noi, continuiamo la nostra battaglia senza medaglia,
dove c’è bellezza e armonia sentiamo di averti vicina, ché lì tu sei.
Ed è lì che vorresti fossimo tutti noi, uniti, tutti tuoi amori, tutti compagni di viaggio.


per Scricciola, ancora

18 dicembre 2011

...per Scricciola

[il mio murale per te]

Restiamo uniti, dicono i limoni. Ed è così che

noi passeremo la nostra vita con una piccola

croce tracciata a penna rossa sul cuore.


[Roger Vitrac, Il cavallo nero. Da: Dés-Lyre, Gallimard, c1964]


per la mia amatissima Scricciola che si è portata via i sorrisi delle margherite

7 novembre 2011

la bellezza che salva

Quel pomeriggio di fine estate, in quella corsia d’ospedale, avevo le poesie di Rilke con me. Leggevo di rado ma sicuramente dovevo aver pensato qualche mattina che lo spirito avrebbe necessitato di bellezza. Era un momento di attesa e mentre leggevo Rilke mi è venuto alla mente quel libro di Todorov…
Uno degli ultimi pubblicati in Italia lo scorso anno, con una bellissima copertina, e con un titolo che omaggia Dostoevskji.


[Eugene A. Durenne, Therese legge, 1922]

Come spesso accade però, il titolo in lingua originale rende maggior giustizia al contenuto del libro, Les aventuriers de l’absolu: Wilde, Rilke, Cvetaeva. Perché ciò che fa Todorov è proprio questo, attraverso tre dei protagonisti letterari del Novecento, ricerca e analizza il bisogno di infinito che alberga dentro ogni uomo. Questi tre intellettuali avevano in comune, secondo Todorov, un’ideale romantico di bellezza che li spingeva ad una dissociazione dalla vita, un ritirarsene in favore dell’opera d’arte, della creazione estetica. Tutti e tre parlano d’amore, ma di fatto rifuggono l’amore applicato, quel vivere l’altro davvero dentro di sé.

E’ un saggio godibile e a tratti, durante la lettura, sembra di trovarsi seduti al tavolino di un Caffè con questi grandi, e se uno ama uno scrittore, un poeta, ha piacere a sentir raccontare di lui.

Di Oscar Wilde negli anni giovanili ho divorato l’opera omnia ma le pagine che più amo sono quelle del De Profundis, perché lì trovo l’umano dolore, la sofferenza più acuta che mi parla di Wilde uomo, non solo del genio artistico di tante altre sue opere. Lì, in quelle pagine, vedo la fusione tra vita e opera d’arte. Alcuni versi di Rilke rinnovano ogni volta l’incanto e spesso mi offrono la possibilità di sfogliare emozioni e ricordi come un album fotografico. Ma Rilke, ricorda Todorov, viveva esiliato dalle donne che ispirarono molti suoi versi, e spesso l’uomo e il poeta si muovevano “su piani che non comunicano tra loro”. E Marina Cvetaeva… viveva per lo più all’ombra dei grandi cui si era legata, quasi dimentica di se stessa si dedicava ad una forsennata ricerca della bellezza (anche se, a differenza di Rilke, desiderava l’incontro fisico).


Infine cos’è questa ricerca di eterno, di assoluto, di infinito che mal si coniuga con la vita reale?

Vita contemplativa o vita agita, esposta agli eventi, partecipata…Questo ci è dato di scegliere.

Quel pomeriggio, in quel momento di attesa, ho pensato che la bellezza salva quella parte di umanità che sta bene, o che è nelle condizioni di accoglierla…gli altri, quelli che di essa possono venir privati, restano allora dannati, perché la bellezza può non arrivare a tutti.

Però poi ho trovato conforto in questo pensiero: che per questi ultimi, la bellezza viene dall’amore che alita intorno, ed è un amore di vita partecipata.

Per questo oggi, a distanza di tempo dalla lettura di quel libro, penso che la vera bellezza della vita risieda proprio nell’amore che circola laddove la bellezza non può arrivare.

6 ottobre 2011

un bel carretto

Da un po’ di tempo, al mattino, proprio quando il cielo inizia a rischiararsi e a salutare la notte, i miei cani innescano un gioco all’inseguimento per tutta la campagna, e spesso decidono di incontrarsi sotto la mia finestra. Mentre aspetto che la sveglia butti giù dal letto il mio broncio, li ascolto invidiando tutta quella energia. Forse si rincorrono, così di buon mattino, per sgranchirsi le ossa, di sicuro c’è che salutano il nuovo giorno con allegria, a dispetto della mia resistenza ad accoglierlo, certe mattine, questo nuovo giorno.


Penso che a dare inizio ai giochi sia quella pazza scatenata di Didì e la sua sfacciata allegria, Leo per forza di cose la asseconda ; perché Leo ha bisogno di una spinta, e anche di un bel carretto che trasporti la sua stanchezza.


A volte è giusto quello che ci vuole.


29 luglio 2011

le vie del dolore

[...] le lacrime esistono al di là della luce,
al di là della pesantezza,
e persino al di là del silenzio.
E' allora che piangiamo per davvero:
lachrimae verae.
Da questa eloquenza silenziosa
nasce una conversazione infinita.
Parola sensibile,
parola necessaria e impossibile,
la lacrima ha questo di paradossale:
più è discreta, più significa, e più sfiora,
più ci tocca nel profondo.
Stranamente silenziosa,
chiaramente visibile,
risolutamente sospesa,
è una scrittura che esiste solo
nelle sue cancellature [...]

[Da: Jean-Loup Charvet, L’eloquenza delle lacrime, Medusa, 2001]


Le vie del dolore sono infinite.

Così pure le manifestazioni di sofferenza.

Possiamo piangere e scalpitare di ribellione ogni volta che ci viene voglia. Inveire contro il mondo intero, con quelli più fortunati e con quelli che se lo meriterebbero se non fosse che il male non si augura a nessuno.

Possiamo rendere manifesto il dolore, esporlo in ogni sua manifestazione.

Viceversa, possiamo dissimulare in maniera impeccabile e nessuno mai potrà sospettare la valle di lacrime in cui ci troviamo a vivere. E quanto possiamo arrivare a trovarci persino ridicoli per tutte le finzioni e le strategie che siamo capaci di mettere in atto per aggirare il dolore.

Ancora… possiamo stare in mezzo agli altri, per tutto il tempo che ci viene richiesto, in un silenzio composto…al limite un po’ assente. Sì, possiamo costringerci a farlo. Aderire a quest’ultima possibilità per un innato senso della compostezza e della misura, o per tentare di esercitare un controllo sulle emozioni (finendo spesso per patire malamente questa auto-repressione).

Esistono modi di condurre il dolore che attivano silenzi lunghi che non vogliono essere di chiusura assoluta all’esterno. Il dolore silenzioso apprezza e talvolta agogna le attenzioni, discrete e sincere.

Ci sono tante diverse modalità di portare avanti un dolore, tutte mi paiono non solo legittime ma, di più e soprattutto, non soggette a giudizio.

Invece, siccome questi tempi ci autorizzano a giudicare tutto e possibilmente incasellarlo, noto quanti tenaci pregiudizi giacciano in chi è testimone del dolore altrui.

Ho capito che va bene se racconti i fatti tuoi fin nei particolari, allora raccogli partecipazione. Se mantieni la tua riservatezza e fai comunque capire che stai passando un bruttissimo momento, spariscono tutti. Perché se al tuo dolore non dai pubblicamente un nome, quel dolore non ha dignità, non è riconosciuto appoggiato compreso…nessuna pacca sulle spalle, nessuna parola di incoraggiamento da spendere.

Le vie del dolore sono infinite, anche perché abbiamo la presunzione di credere che sia roba degli altri il dolore, o perché il nostro ci sembra unico, ineguagliabile.

Come quando ci si innamora ci si sente primi e unici amanti sulla terra, così nel dolore…nessuno soffre come noi. Quasi quasi esiste pure una gerarchia, un dolore è più importante dell’altro, quella persona è più legittimata di un’altra a soffrire e meritare vicinanza.

Poco si capisce di quanto la sofferenza obblighi ad un contatto strettissimo con le viscere dell’animo umano, quanto modifichi e stravolga lo sguardo sul mondo e sulle cose, quanto costringa a considerare la miseria dei limiti umani.

I cristiani pregano davanti alla croce, se la portano alle labbra. Si accontentano di quel pezzo di legno, anche se nessun Salvatore vi è attaccato. Il rispetto dovuto ai suppliziati finisce per nobilitare l’ignobile apparato del supplizio: non basta amare le creature se non se ne adora la miseria, l’avvilimento, il dolore.

[da: M. Yourcenar, Fuochi, Bompiani, c1984]