8 maggio 2013

di ricordi ed esercizi



[…] Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi

Ed erano le nostre ore più dolci

dell’olio alla ferita,

più gioconde dell’acqua fresca

al palato, placide più che l’ala del cigno.

Era la nostra vita nel tuo palmo. […]

Ti scriviamo ciascuno le stesse

cose,  ciascuno innanzi all’altro tace

rimirando per sé lo stesso mondo,

la luce e l’ombra sopra le montagne

e te.

Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena? […]

[Da: Ghiorgos Seferis, Scirocco (trad. Di Filippo Maria Pontani), Crocetti]

Mi offendeva, ogni giorno, la mia pelle scura di campagna al cospetto del tuo corpo bianco d’ospedale. Tutto quel bianco e i tuoi vestiti colorati che le persone passavano apposta ad ammirare, insieme alla tua dolcezza. Perché in un ospedale i colori hanno un effetto e un valore unici.

E si sta così ora…a farsi bastare i ricordi, quelli belli e bellissimi da rincorrere.

Quelli che sempre bruceranno, morderanno la carne viva, quelli da cui non si riesce a difendersi…

Modulare il proprio udito al rumore di un’assenza.

Un vuoto che non si riempie con niente

Questo è.

Io non sono mai stata brava a lasciar andar via le persone

figuriamoci te

e figuriamoci per sempre.

Quanti esercizi nuovi da imparare, da inventare, cui assegnare effetti catartici, illusori, ingannevoli…

Ogni giorno

“Lei non sarebbe contenta del tuo dolore”

E questo è sicuro. Ma lei non c’è e questi condizionali finiscono per indurre stanchezza se non anche fastidio. C’è davvero un tempo per tutto. E ognuno ha il suo. Che venga rispettato!

“Lei non sarebbe contenta se mi allontanassi dal mio centro” penso io.

Per questo e per altro ancora servono gli esercizi. Perché i passi diventino lievi, per lasciare impronte leggere da gabbiano sulla spiaggia.

Perché infine…ognuno ha l’inganno suo.


 



4 maggio 2013

Ministero da niente



Sembra che il Ministero per le Pari Opportunità non rivesta l’importanza che chiunque si aspetterebbe. Prima viene inspiegabilmente accorpato a quello dello Sport!
Poi si affida inopportunamente a Michaela Biancofiore, quella che non esternava solo contro i gay, ma che sosteneva con fierezza quasi invidiabile che “a Berlusconi le donne piacciono davvero”, quindi uomo vero.
Infine le viene giustamente tolta la delega, meglio che si occupi di Pubblica Amministrazione dove (si spera) non dovrebbe fare danno a nessuno.
Ho provato perplessità anche quando la delega è passata a Josefa Idem, ottima sportiva, sicuro! Ma mi chiedevo: basta vincere le Olimpiadi per occuparsi di un Ministero di tale importanza?
Ancora una volta non si guarda alle competenze ma alle appartenenze, e sempre perché si ha a cuore il bene del Paese.
C’è da tremare se pensiamo ai diritti civili…Non ci basta trovarci indietro rispetto all’Europa, forse intendiamo rinunciarvi del tutto.
Cos’altro sarà capace di partorire questo “governo di larghe intese, necessario, che può piacere o non piacere”?
Non piacere, grazie.

P.S.: mentre scrivo apprendo che Josefa Idem intende istituire un osservatorio sul femminicidio e la violenza di genere. Bene, ci sono delle donne, nuove teste pensanti, spero non inquinate dalle vecchie dinamiche di partito, che possono dimostrare che il cambiamento è possibile. Ho fiducia nelle donne, non in tutte le donne, ma in quelle coraggiose sì, molto.

28 aprile 2013

mi illudo...



Le aspettative non servono! Me lo son detta con tono perentorio e arrabbiato l’altra sera.
In silenzio ho sgridato me stessa e i miei ragionamenti contorti.
Possono essere dannose perché ingiuste verso chi andranno riposte e anche perché possono venir disattese. Quando si parla di aspettative, in merito alle relazioni umane ovvio, (non certo in termini professionali) se ne parla negativamente. Non fanno bene le aspettative. Troppo spesso sono motivo di sofferenze che talvolta si trascinano e diventano paralizzanti.
Eppure…forse tutti ne creiamo e ne coltiviamo, solo l’indifferente può agire al contrario.
E io non aspiro certo a diventarlo, indifferente
Le aspettative…si creano da sole? Come frutto di una fervida immaginazione? Qualche volta si, certo. Di cosa non siamo capaci se vogliamo davvero VEDERE una cosa!
Però a volte sono indotte, e qui è davvero complicato.
Quando ci si accorge di averne create negli altri sopraggiunge lo spavento, il senso di inadeguatezza ragiona per noi e il terrore di deludere quelle aspettative infine ci annienta e ci fa sciupare tutto.
Se siamo noi a veder le nostre deluse…beh, ci si dice “peggio per me”. Io, almeno, finisco per convincermi di questo. Forse perché consapevole della potenza dei desideri, è molto raro che rivolga la responsabilità all’esterno con pensieri tipo:
“è colpa sua…è stato lui o lei ad illudermi”…. Ciononostante, la delusione brucia.
Magari imparare a vivere pacificamente l’eventualità di deludere ed essere delusi è la cosa buona e giusta da fare, ma sarebbe chiedere troppo. Però non usare mai se stessi come parametro forse aiuta, e anche riflettere sul fatto che un’aspettativa è direttamente proporzionale a quanto investiamo aiuta, eccome!
Ci importa poco, in verità, se a disattendere le nostre aspettative sono persone che non contano poi tanto per noi.
Ma può accadere di investire in un legame, di concimarlo e seguirlo con passione…
Se semino, è naturale che il seme germini, ma se mi appresto a questo compito senza tener conto della luce, dell’acqua, del terreno…degli elementi insomma che concorrono allo sviluppo naturale, allora la mia attesa è presunzione. Colpevole egocentrismo.

Quello che mi pare evidente è che le aspettative costringono a stare fermi in attesa, mentre a muoverci e scuoterci sono proprio le cose che arrivano inattese.


Mi pongo sempre questi interrogativi che ai più possono apparire infantili o inutili, significa che sono una persona irrisolta, oppure che, mai paga di una spiegazione, non smetto di ri-cercare. Chi mi legge perdonerà l’inutilità di questo domandarsi, e andrà oltre. Chi condivide queste riflessioni forse mi dirà la sua, in ogni caso io ho bisogno di dare voce a questi pensieri. Magari perché prendano la loro strada e tornino da me con qualche risposta nuova.

19 aprile 2013

Sottrarsi


[C.Monet, Le pont japonaise a Giverny, 1899]

“…non si può trovare la pace sottraendosi alla vita, Leonard…”



Aveva ragione Virginia Woolf, e a verità di tale portata ci si arriva quando si è conosciuto l’abisso.
Aveva ragione, ma dovrei crederci davvero con tutta me stessa, viverlo come un monito o un più morbido e carezzevole invito. Poco conta che questa riflessione venga da una donna che ha poi scelto di porre fine alla propria vita. Per me conta quanto l’ha cercata quella pace, sebbene in lei la ricerca di pace seguisse lo stesso passo della sua sottrazione alla vita. Le due cose collimavano.

Quanto la invochiamo questa parolina piccola piccola!
Pace per portare a fondo il respiro, pace dal tormento, dalle ossessioni, dalla fatica di condursi.

Eppure…capita di sottrarsi alla vita. E possiamo scegliere di farlo in diversi modi…
Non nutrendoci
Sottraendoci agli incontri
Coltivando il nostro orticello anche se con le antenne tese al mondo
Rendendoci schiavi di una dipendenza
Vivendo e nutrendoci solo della nostra disperazione, fino a diventare impenetrabili persino dalla luce…

Vivo e vedo modi diversi di sottrarsi alla vita.
Quasi sempre, a me sembra di trovare conforto e un minimo di senso quando sto all’aria aperta, china sulla terra, ingarbugliata tra rami ingarbugliati, a graffiarmi mani e braccia, ad osservare i mutamenti della natura, ad incantarmi…
Ma è pace quella? O è semplicemente una condizione consona alla mia natura, un riparo dal mondo, un personale e momentaneo sollievo?
Quando smetto di lavorare e torno dentro, pian piano sento di non essere più così, dunque non ho pace.
Perché aveva ragione Virginia. La pace si costruisce conducendola, la vita
…non negandosi ad essa.
Così oggi mi sembra. Ma i miei cavilli sono suscettibili di cambiamenti…
Sicuramente poco indulgente con me stessa, se dovessi darmi un voto per le mie sottrazioni sarebbe un cinque meno.
E con un voto così vado pure cercando la pace? Pretenzioso!
 

16 aprile 2013

Lo scialle della luna

[Maria Lai, Tenendo per mano il sole, 1983]



Da molto tempo, forse addirittura da quando ho aperto il blog, avrei tanto voluto scrivere di Maria Lai, la più grande artista sarda della seconda metà del Novecento.

...E invece mi ritrovo a dedicarle due righe ora che se n’è andata.


L’ho incontrata una sola volta, qualche anno fa, ad un festival letterario.

Una notte di stelle in un abbraccio di case in granito.

Raccontava l’arte per come l’aveva sempre vissuta, e chiunque - ci potrei giurare - era incantato ammirato e commosso. Una bambina di 91 anni l’ho sentita definirsi una volta.

Una bambina che tesseva la sua arte, che raccontava le storie con un telaio…
Una bellissima persona la cui scomparsa mi colpisce, naturalmente…

ma a prevalere è il senso di gratitudine per averla incontrata.

Di tutte le sue opere, quella che amo maggiormente è la performance “Legarsi alla montagna”.

Nel 1980 il sindaco del paese natale, Ulassai (con l’accento sulla prima a), aveva commissionato all'artista un’opera che rappresentasse un monumento ai caduti. Maria aveva controbattuto proponendo un monumento ai vivi.
Così, l’anno successivo aveva coinvolto il paese tutto, un piccolo centro dell’Ogliastra, in un’azione artistica dalla forte valenza sociale. Quella di legare con un nastro celeste le case l’una all’altra e poi tutte loro alla montagna. Lo svolgimento, in accordo con la popolazione, doveva seguire un preciso codice:

laddove le famiglie non fossero in buoni rapporti il nastro sarebbe passato dritto...

laddove ci fosse stata amicizia a legare le due case si sarebbe stretto un nodo...

mentre dove c’era l’amore si appendeva ad un fiocco celeste il “pane delle feste”.


Per chi volesse approfondire rimando ai video presenti su youtube
E qui per avere un assaggio delle sue opere

5 aprile 2013

stiamo perdendo tempo....anzi no



Stiamo così, adesso, in Italia:

mentre i dieci saggi, poi esperti, poi facilitatori, nel chiuso delle loro stanze perdono tempo, anzi no, smentito….lavorano.

Mentre, come cantava Vasco (ma con ben altro messaggio) “c’è chi dice no”, e dice no a tutto. No a prescindere, no ad oltranza. No No No.

Mentre si annaspa e volano trattative tra le più miserabili ed oscene, tu ti sei preso 2 pesci allora io ne voglio 1 ma più grosso.

Questo è ciò che passa la politica oggi in Italia, con fior fior di veri professionisti parcheggiati lì a non far niente perché non gliene danno la possibilità…

In tutto questo, mentre ovunque si dibatte si dibatte si dibatte…fino alla nausea, accade che fuori, nella vita reale, c’è chi decide di vivere almeno la propria morte dignitosamente, scegliendola prima che venga decretata dallo Stato.
Una tragedia tra tante...


2 aprile 2013

Colin e Noè

mille volte meglio di un libro o di mille conferenze
una bambina spiega l'autismo...Bellissimo video


30 marzo 2013

25 marzo 2013

empatici o simpatici...purché sia!


Nel mio vocabolario, credo da sempre, la parola fine non riesce proprio a trovare posto.

Grazie ad una delle mie sorelle maggiori, ho imparato a leggere e scrivere prematuramente, ma la parola fine no, mi era ostile anche allora, conservo memoria viva di me così piccola alle prese con un significato così grande.

A volte mi incupisco anche quando finisce un libro, un film o una rappresentazione teatrale…


Ovviamente ci sono frangenti più rilevanti in cui la fine è inaccettabile, e persino quando è prevista dall’inizio, tremendissimamente sicura, anche così puntiamo i piedi e cerchiamo di opporci.

Ma senza entrare in merito alle cose, appunto, irreversibili…
questa parola fine mi fa sempre paura, mi mette agitazione, in certi casi mi fa sentire esposta alle intemperie…

E c’è quella fine che si poteva evitare, sì mannaggia, per quelle non mi disabituo ad interrogarmi.

La fine di un rapporto, di una relazione di qualunque natura…ancora mi porta a domandarmi “ma non si può/poteva fare niente?”. Lo so, certe storie devono finire e basta. Ma altre...si potevano salvare?

Non si poteva coltivare insieme un po’ di empatia o simpatia?

Come se si potessero coltivare!



Non necessariamente potremo essere entrambi, perché – come è noto  -  non è detto che l’empatia intesa come capacità di capire e condividere gli stati emotivi e affettivi degli altri, corrisponda alla simpatia, cioè ad una motivazione tesa al benessere degli altri. Si può provare empatia senza sentire simpatia dicono oggi le neuroscienze.

Mammamia! Sarò empatica? Simpatica? Solo una delle due cose e quale? O nessuna?

Dovrei capirlo a tutti i costi se volessi interpretare i miei rapporti con gli altri, soprattutto su quelli dove è stata apposta la parola fine.
Non è mica uno scherzo!


Questi cavillosi pensieri, che si insinuano quando voglio spostare l’attenzione da qualcosa che le mie spalle non  “reggono”, mi fanno domandare….quando non si fa di tutto per stare bene, per venirsi incontro, sorreggersi vicendevolmente, per avvicinarsi alla comprensione…possibile che, laddove si mette la parola fine, si manchi di entrambe le cose?

Che questi circuiti neuronali non entrino in azione?


Complicata io, ma complicato e affascinante il cervello umano

11 marzo 2013

che ci vuole a preparare un sugo!



Quella mattina si era alzata decisa a mettere le cose a posto, a fare ciò che doveva essere fatto.
La regolarità, la sistematicità, la disciplina…Chissà cos’era stato, se l’inattesa giornata di sole o che altro, a metterle addosso quella illogica allegria, che l’aveva fatta sentire in collegamento con tutte le persone che le volevano bene e che per lei, ogni tanto, mostravano apprensione.
“Farò un bel sugo!” si era proposta entusiasta, poiché preparare un sugo rappresentava tutto quello che di insormontabile c’era, da una vita ormai, nel suo comportamento. Aveva preso pentola e ingredienti e si era messa ad armeggiare in quello spazio, la cucina, che godeva poco della sua presenza.

Diciamo che lo aveva avviato quel sugo, aveva tenuto la fiamma bassa e poi era uscita chiudendo la porta per non sentirne l’odore.
“Il profumo!” la correggevano tutti. Per lei era odore, spesso fastidioso.

Ogni tanto era andata a controllare e quando il sugo era giunto a cottura, aveva spento ed era uscita lesta dalla cucina chiudendosi, ancora, la porta alle spalle.
Provava qualcosa che si avvicinava alla gioia, quel particolare sollievo che si prova quando un gigantesco senso di colpa si placa, quando si è consapevoli di aver fatto ciò che era giusto.
Sapeva che per consumare ciò che aveva cucinato avrebbe aspettato l’indomani, per quel giorno aveva già fatto abbastanza. L’indomani, avrebbe esercitato la stessa forza di volontà, si sarebbe imposta la stessa normalità, sarebbe arrivata a cucinare la pasta al sugo e l’avrebbe mangiata!
Si sentiva a posto, col suo proposito, per una volta giusta e non sbagliata.
Che ci vuole? che ci vuole? la domanda più frequente che incombeva sui suoi “pochi chili umani”, insieme alle voci di chi affermava con sicumera che
basta volerlo! Di chi sentenziava che chi non ama il cibo non ama la vita! Di chi si spingeva al più allucinante dei ricatti: pensa alla fame nel mondo! Chi considerava politicamente la cosa e concludeva che sono malattie del benessere.

Chi parlava spudoratamente di pieno a chi sentiva solo un profondo vuoto. 


Il 15 marzo è diventata la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla. Una giornata di sensibilizzazione sui DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare).

9 marzo 2013

il tuo tiglio

"Il vento visita ogni foglia del tiglio senza dimenticarne nemmeno una,come un pellegrino venuto dall'altro capo del mondo e che entra in ciascunacasa di un paese per dare la sua benedizione"
[da: C. Bobin, Resuscitare,Gribaudi,c2003]

ti penso, oltre ogni dire, in questo mese che è tuo più d'ogni altro
tua, A
'

6 marzo 2013

perché non se ne vanno

domande sincere o tendenziose, pregiudizi duri a morire, la scellerata convinzione che riguardi sempre gli altri... 

e poi...queste risposte

3 marzo 2013

Bruno



Bruno, una vita da barbiere
Una vita da pittore
In mezzo, sempre, pienamente
padre amorevolissimo e sposo innamorato
Avrei voluto dirlo a tutti, Bruno, quanto era importante
quel tuo modo di stare al mondo.
Pacifico, amorevole e curioso.
Quanto è merce rara quel rispettoso riserbo delle vite altrui, quel saper essere così pazienti…Mi è sempre piaciuto osservare la tua riservatezza, quella di chi tesse ragnatele di sapienza, l’amore per l’antico, per i ricordi da tenere vivi…
Tua moglie dice che continuerai a dipingere per loro, le tue straordinarie ragazze ti riconoscono in piccoli segnali della vita che scorre.
Amore e pazienza, Bruno…gli ingredienti della tua vita. Il segreto tuo era questo, ce lo hai dimostrato conducendo senza mai un lamento una battaglia impari. Me lo hai insegnato ogni giorno cosa significa lottare in silenzio e accettare con dignità i limiti umani.
Tutto quell’amore con cui ci nascondevi le immani sofferenze del corpo, non è andato perduto.
E io ti penso e ti coltivo nel mio fazzoletto di terra

23 febbraio 2013

quando dentro e fuori piove



Quando il tempo di fuori coincide con quello di dentro e l’umidità, nemica giurata della mia schiena, mi costringe a stare chiusa in casa, è allora che la nostalgia si allarga, prende quanto più spazio può. E talvolta non rimane che arrendersi, perché niente e nessuno aiuta a domarla.
Non resta che l’accettazione controvoglia.
Ma combattiva sono e quindi cerco armi, mezzi, strumenti per trasformare questa accettazione controvoglia in qualcosa che non sia rassegnazione e che…mi desti!

Guarda, non chiedo molto,
solamente la tua mano, tenerla
come una piccola rana che così dorme contenta.
Io ho bisogno di questa porta che aprivi
perché vi entrassi, nel tuo mondo, questo pezzetto
di zucchero verde, di tonda allegria.
Non mi presti la mano questa notte
di fine anno, di civette rauche?
Tu, per ragioni tecniche, non puoi. Allora
io la tesso nell’aria, ordendo ogni dito,
e la pesca setosa della palma
e il dorso, questo paese d’alberi azzurri.
Così la prendo così la sostengo, come
se da ciò dipendesse
moltissimo del mondo,
il succedersi delle stagioni,
il canto dei galli, l’amore degli uomini.

[Julio Cortàzar, New Year]


Quando la natura non può soccorrermi mi affido quasi sempre alla poesia.
Ha perso, dentro di me, quella forza salvifica che esercitava, ma questo dipende da me, non dalla poesia. Ciononostante da lei mi aspetto che dica per me.
Che per conto mio affronti questa nostalgia e me la faccia sembrare solo dolce.


19 febbraio 2013

...comodi, al calduccio



La Gatteria di maggio cresce e pasce e ama stare intorno alla casa o proprio di fronte alla porta.

Spesso mi fa sciogliere di tenerezza e mi offre divertenti spettacoli.

A volte, quando osservo dormire quel groviglio di colori, mi fa venire voglia di stare anch’io abbracciata a loro, al calduccio.



Come tra gli umani, anche tra i gatti c’è chi ama starsene per conto suo, e chi invece ha bisogno di stare avvinghiato ai propri simili. Partendo da questa (folgorante!) considerazione ho deciso che sarebbe stato inutile costruire una cuccia per i numerosi felini, perché molto verosimilmente non avrei accontentato tutti. Così ho pensato di costruire una casa!
Un amico mi ha presa in giro per giorni perché dice che gli ho realizzato un condominio, io mi difendo dicendo che è un castello.

Il castello dei gatti. Punto. Che se ne fa un baffo del Piano Casa.



































La scaletta l’ho fatta perché piaceva a me, non ci sono storie di antropomorfizzazioni di mezzo, non ho sottovalutato l’invidiabile bellezza dei salti felini, ma è anche vero che, come mi ha fatto osservare l’amica Ally, i gatti amano stare in bilico e pure sospesi sulle scale.
 
E così, di sera, li guardo dalla finestra e sono molto contenta dei gatti in esposizione sui ripiani, come libri sugli scaffali di una biblioteca.

13 febbraio 2013

Il ragazzo con le All Star



San Valentino non c’entra niente. No.

Non ci credo che l’amore arriva quando meno te l’aspetti.
La morte, le disgrazie, gli abbandoni capitano quando meno te l’aspetti.
Non l’amore. L’amore arriva quando il cuore è pronto ad accoglierlo,
quasi niente accade per caso, così se l’amore si presenta alla tua vita vuol dire
che era atteso, cercato, chiamato.
L’amore, quando arriva, è sempre ben accetto. Anche l’amore malato, l’amore frainteso, l’amore soffocato, persino quello respinto è ben accetto. Perché uno sguardo d’amore fa sempre piacere.
Non esiste una persona che ne ha già tanto, troppo, da poterne fare a meno, una persona che può dire: no, basta grazie, non ce ne sta più.
Però gli amori respinti se ne vanno da soli a guardare il mondo far festa, perché ad un’anima che vaga nelle stanze abitate della propria solitudine gli altri sembrano tutti contenti.
L’amore malato continua ad amare, come solo lui sa fare, ignaro di tutto.
L’amore frainteso palpita e guarda da lontano gli scambi di sguardi ricambiati.
L’amore soffocato è muto.
L’amore scambiato è forte e solido, e può affrontare tutto, persino l’odio.
L’amore corrisposto è aria e vento e terra e fuoco e acqua.


Ma il ragazzo, poggiato al muro sulle sue All Star, l’amore lo amava. E sapeva che un giorno sarebbe arrivato, senza far niente, solo per il suo sorriso sempre aperto, per le sue mani gonfie di carezze per i gatti abbandonati, le sue mani callose dal lavoro in cantiere.
Certo che gli dava a palle tutto quel business dietro a una festa per i fortunati, lui poi aderiva alla campagna contro la Nestlè, capirai che ci faceva coi baciperugina!
L’amore, per lui, non aveva quelle frasi sdolcinate e non aveva un cielo di stelle.
Era selvaggio e selvatico, era di elicriso ai bordi del mare, di eriche fiorite e salsedine, era di vento. Vento, soprattutto.
Così, come quei cani che se ne vanno tranquilli ad annusare qua e là, senza una precisa meta, il ragazzo con le All Star camminava sorridendo di sé e delle rose rosse e dei biglietti,  e delle lettere d’amore scritte senza mani.
Camminava e guardava dritto davanti a se, fiancheggiando il muro dove stava scritto

“Solo chi non ha mai scritto lettere d’amore fa veramente ridere” (*)

(*) la frase sul muro è tratta da “Lettere d’amore” di R. Vecchioni ispirato, a sua volta, da Pessoa
[disegno di Gipi)

5 febbraio 2013

manifestare danzando


Dell’ intollerabile piaga della violenza contro le donne ormai si parla, certo, non si può dire il contrario…

Si sciorinano cifre sempre più terrificanti,

si condanna,

poco si legifera,

e poco cambia.



Come non cambia lo sguardo di possesso di tanti uomini
nei confronti delle proprie compagne.



Per il 2013, Eve Ensler, l’autrice de I monologhi della vagina, ha promosso una speciale campagna di sensibilizzazione: il 14 febbraio uomini e donne di 189 Paesi balleranno insieme in nome della consapevolezza e della solidarietà.

Un miliardo di donne violate è un’atrocità” dice Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione. Ballare significa libertà del corpo, della mente e dell’anima. È un atto celebrativo di ribellione…”.

L’obiettivo è proprio quello di raggiungere un miliardo di persone che, danzando, manifestino l’indignazione e il rifiuto assoluto di ogni tipo di violenza. Un miliardo come il numero di donne (secondo dati ONU) che subiscono violenza almeno una volta nella vita, una su tre sul pianeta.

 

Per altre informazioni e per cercare gli appuntamenti nella propria città basta digitare One Billion Rising su qualunque motore di ricerca

31 gennaio 2013

fate largo ai complicati!



Regrediamo tutte le volte che rinunciamo ad una parte importante di noi, quando la mettiamo in ombra a beneficio di altri, o di un’altra sola persona oppure di una condizione fisica e mentale su cui ci si aggroviglia.
Sul momento non si è consapevoli, è ovvio, anche se dubito che qualora lo fossimo agiremmo diversamente..
Mentre si vive questa “rinuncia” di sé, è da altro che il nostro sguardo mentale viene attratto e si diventa accondiscendenti verso quello che vogliamo vedere.
Accondiscendere, offrire la propria fragilità e non la propria forza, così che gli altri finiscano necessariamente per volerci bene…
E può sembrare un ricatto, io lo so, questo modo così infantile di vivere le relazioni, dove l’infantilismo sta nel fare quello che all’altro fa piacere col solo intento di vedersi accettati e benvoluti. Come, bambini, da un genitore assente, o dalla maestra forse, chissà…
C’è quella stessa richiesta. Ma il ricatto è altra cosa.
La lezione peggiore, io penso, è prima di tutto quella che offriamo a noi stessi…
Quel mettersi volentieri in secondo piano, quel mostrare le proprie ferite ed esporsi, quella dimenticanza di sè…
non è un danno verso se stessi prima di tutto?

E’ complicato l’animo umano, e più è complicato, più mi affascina.
Più è complicato, devo dire con spietata concretezza, più psicologi-psichiatri e indagatori a vario titolo si arricchiscono (magari non tutti! Strizzo l’occhio agli amici indagatori)…
Più è complicato,  più le case farmaceutiche gonfiano le proprie casse.
Più è complicato, più è solo.
Spesso disilluso o eccessivamente critico.
Spesso dipendente.
L’animo umano complicato se ne va in giro sapendo che della propria integrità quello che arriva all’esterno è un pezzetto di stoffa sgualcito. Le complicazioni, dentro una persona, appannano la vista altrui, scatenano il giudizio, producono etichette, tag, catalogazione e classificazione..
Penso che in questo mondo confuso, ansioso ed ansiogeno, l’animo complicato dovrebbe camminare ben saldo sulle proprie gambe, dritto nella schiena e nello sguardo, dovrebbe sentire quante e quali Complicazioni gli passano accanto… ciascuna a suo modo, con la propria dignità di esistere. Senza l’ansia di essere accettati per forza, perché sarebbe onesto comprendere che non possiamo essere accettati da tutti, esattamente come non siamo capaci, o disposti, a farlo noi.