26 luglio 2010
19 luglio 2010
14 luglio 2010
le sere d'estate
L’estate, si sa, è fatta per divertirsi, per le cose frivole e leggere, mentre per tutto il resto dell’anno possiamo incupirci quanto basta.
Vivo l’estate come l’ennesima dimostrazione del mio disadattamento, c’è poco da fare.
“Eh ma l’estate è fatta per vivere!”
E perché, prima e dopo si può morire?
“Se non esci d’estate, la sera che è bellissima, quando esci?”
E ma io non mi reggo in piedi…sono un po’ debole….e, davvero, come diceva Albanese, scusa…veramente scusa!
Un altro po’ e devo sentirmi in colpa perché non parto, perché non “vivo la notte”, persino perché non amo il gelato! E poi? Per fortuna mi piace il mare se no sarei finita.
Disadattata, sì, ma amante della poesia, e che poesia potrà mai esserci in una piazza o in un locale affollati di sconosciuti vocianti?
Le sere d’estate sono bellissime, è vero. Ma nella propria dimensione, a ciascuno la sua. Sapessi, giudicante, quanto sono belle e magiche le sere d’estate in campagna!
Sono antipatica, lo so, come tutti i disadattati.
Mia mamma, che ha 86 anni, è andata a sentire un concerto all’aperto e mi ha riportato questa impressione
“ad ascoltare la musica e guardare le stelle…ti sembrava di essere lì, con loro!”
Non è poetica?
9 luglio 2010
mejo...sto bene da solo
Il bar della rabbia
Quanno un giudice punta er dito contro un
povero fesso nella mano strigne artre tre dita
che indicano se stesso.
A me arzà un dito pe esse diverso
me fa più fatica che spostà tutto l’Universo.
So na montagna... se Maometto nun viene...
mejo... sto bene da solo, er proverbio era
sbajato. So l’odore de tappo der vino che
hanno rimannato ndietro so i calli sulle
ginocchia di chi ha pregato tanto e nun ha mai
avuto e ce vo fegato... ahia...
So come er vento... vado ndo me va...
vado ndo me va ma sto sempre qua.
E brindo a chi è come me ar bar della rabbia e
più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.
So er giro a voto dell’anello cascato ar dito
della sposa che poi l’ha raccorto e me l’ha
tirato e io je ho detto: mejo... sto bene da
solo... Senza mogli e senza buoi
e se me libero pure dei paesi tuoi sto a
cavallo... e se me gira faccio fori pure er
cavallo tanto vado a vino mica a cavallo.
So er buco nero der dente cascato ar soriso
dela fortuna e la cosa più sfortunata e
pericolosa che mè capitata nella vita è la
vita, che una vorta che nasci, giri... conosci...
intrallazzi... ma dalla vita vivo nunne esci...
uno solo ce l’ha fatta... ma era raccomannato...
Io invece nun c’ho nessuno che me spigne
mejo...n se sa mai... visti i tempi!
Ma se rinasco me vojo reincarnà in me stesso
co la promessa de famme fa più sesso
e prego lo spirito santo der vino dannata
di mettermi a venne i fiori pe la strada
che vojo regalà na rosa a tutte le donne che
nun me lhanno data come a dì: tiè che na so
fa na serenata!
E brindo a chi è come me
ar bar della rabbia o della Arabia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.
Ma mò che viene sera e cè il tramonto
io nun me guardo ndietro... guardo er vento.
Quattro ragazzini hanno fatto n’astronave con
npò de spazzatura vicino ai secchioni, sotto
le mura dove dietro nun se vede e cè n’aria
scura scura.
Ma guarda te co quanta cura
se fanno la fantasia de st’avventura
Me mozzico le labbra
me cullo che me tremano le gambe de paura
poi me fermo e penso:
però che bella sta bella fregatura...
E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.
* il testo è preso da internet
2 luglio 2010
attrazione celeste
Qualche volta rileggere un libro finisce per essere un modo per ripercorrersi, per ritrovare le emozioni e i pensieri di quelli che eravamo, che siamo stati…Mi sento sempre indietro con i titoli che si impilano sui tavoli, un po’ perché come diceva Massimo Troisi “loro sono tanti a scrivere e io sono solo a leggere”, e un po’ perché mi lascio tentare dalle riletture.
Quest’anno ho riletto alcuni libri di Erri De Luca che, ci ho fatto caso solo ora, credo abbia sempre scritto libri sottili, mai un volumone.
E credo che questo non sia un caso.
E’ uno scrittore che seguo, mi piace il suo stile asciutto e poetico e spesso tenero. Narratore e poeta.
M piace che, studiando l’ebraico antico, faccia colazione con le Sacre scritture. Mi piace persino il suo viso scavato e le sue mani nodose che albero me lo fanno sembrare. Quest’idea mi sono costruita da molto tempo di lui. Un albero.
Poi, per una bellissima coincidenza, lo scorso aprile sono andata ad un incontro con lui nel giorno della festa del libro, un incontro dal titolo La forza delle parole…Tra le tante cose ha raccontato un episodio della Bibbia in cui il Titolare (così chiama Gesù) compie uno dei suoi miracoli ridando la vista ad un cieco. Il cieco come prima cosa vede gli uomini ed esclama “chissà che mi credevo…tanti alberi che camminano…”.
Credo che la scrittura di Erri De Luca vada all’essenza delle cose, con la semplicità e l’umiltà di chi si veste di silenzi solitari. Nel suo primo romanzo, Non ora non qui, racconta della sua infanzia e anche della sua balbuzie, e questo difetto patito penso gli abbia insegnato a ponderare, ad usare e non abusare le parole. Oltre che per esserne stato nauseato, come tutti forse.
Ci sono anche i silenzi nelle sue pagine, a me pare di sentirli.
L’estate scorsa l’ho visto in TV, in una tendopoli nell’Abruzzo martoriato, conversare intorno ad un verso di Marina Cvetaeva
“Oltre l'attrazione terrestre esiste l'attrazione celeste”
l’ho sentito spiegarla questa forza contraria a quella di gravità, quella che viene dal basso e si leva verso l’alto. La forza degli alberi, delle preghiere, delle montagne, delle maree…
Io ho anche pensato chissà perché la felicità tende verso l’alto e la tristezza verso il basso…
Se fossimo capaci di impararla questa forza che innalza!
Potremmo noi stessi elevarci al di sopra della nostra misera condizione, che ci fa vedere i limiti e quasi mai gli orizzonti estesi…
22 giugno 2010
17 giugno 2010
le cose che sono di tutti
Oggi ho visto una biblioteca arrabbiata. Sembra incredibile, ma è successo.
Chi frequenta una biblioteca di pubblica lettura, sa che forse è l’unico posto aperto a tutti e dove tutto è gratuito (a parte le fotocopie che si pagano per via delle leggi sul copyright)… In un posto così straordinariamente democratico ci si dovrebbe disporre con animo grato e rispettoso. Questo penso. Di cosa puoi lamentarti o cosa puoi reclamare se, i diritti previsti, sono garantiti a tutti indistintamente?
Penso sia per questa incomprensione che la biblioteca fosse arrabbiata, oggi.
Ho visto bambini entrare, salutare e muoversi comodamente come a casa, rispettando regole e disposizioni e sdraiarsi su di una fortuna. Ma ho visto visitatori adulti che entrano, non salutano e rivolgono domande a raffica ad alta voce, come se si trovassero in un qualunque centro commerciale. Con la stessa posa con cui guardano con sdegno i capi di abbigliamento eventualmente proposti dalla commessa, allo stesso modo elencano una lista di libri in classifica, possibilmente quelli di cui “ha parlato la televisione”. Se il libro in questione non è al momento disponibile, vogliono sapere quando rientra dal prestito e quante prenotazioni ci sono, con un tono ansiogeno che sembra imputare la colpa della momentanea assenza del libro alla bibliotecaria. Le piccole perle editoriali, di cui non ha parlato la televisione, giacciono lì indegne di attenzione…Certi individui sono così, persino di fronte ad un servizio gratuito si pongono come se volessero garantirsi il monopolio dell’oggetto del desiderio.
Mi è sembrato di vedere proprio i libri stessi immusoniti e offesi! Mh!
Ho visto la biblioteca arrabbiata con quelli che la vedono come lo specchio della società là fuori, precisamente laddove persiste il malaffare e la corruzione e i privilegi per pochi. Che non si rispetti la cosa pubblica fa incazzare, che non ci si sappia rapportare a ciò che è gratuito fa interrogare. Penso che la pacifica convivenza civile passi anche da queste cose. E la maniera di porsi rispetto alla cosa pubblica ci qualifichi come cittadini.
Ecco, l’ho proprio vista arrabbiata con quelli che non ringraziano, che non rispettano le cose che sono di tutti, con quelli che PRETENDONO e vanno lì austeri a reclamare diritti che altrove, silenti, lasciano calpestare.
Sembra triste e pure un po’ strano ma davvero anche le biblioteche si incazzano!
9 giugno 2010
le attenzioni
La cagnetta Didì è l’animale più felice che io abbia mai incontrato (e ne ho incontrati tanti)…
In ogni momento della giornata la sua felicità è incontenibile, tanto che quando la vedo finalmente tranquilla, pacatamente distesa, non posso arrischiarmi a rivolgerle la parola (o anche solo a parlare tra me e me) perché subito salta su sprizzante di felicità e vogliosa di giochi e carezze. Come se tenesse a memoria l’abbandono subìto e non si capacitasse del diritto all’amore.
Succede a chi è stato abbandonato.
Tutta la felicità del mondo contenuta in questo esserino che ogni giorno svolge il suo compito: ricordarmi che la felicità esiste.
Certe volte mi chiedo se questo suo manifestarsi non riveli un bisogno smisurato di attenzione e, quando penso questo, il cuore si fa una monetina…
Tralascio volutamente il senso che, nel nostro tempo, ha assunto la richiesta di attenzione: tutto sembra essere finalizzato ad ottenerne il più possibile e da tutto il mondo. Non è dell’attenzione legata all’apparire che voglio parlare, ma di quel bisogno molto intimo e profondo che alberga dentro di noi. Quel richiamo di Didì.
Le attenzioni…quando sono troppe ci soffocano, ma forse da chi le vorremmo davvero non risultano mai troppe. Chissà in quanti gesti quotidiani risiede il nostro bisogno di attenzione!
Dovrebbero essere come l’aria fresca nelle sere d’estate, le attenzioni, non come l’afa che assale annientando ogni difesa. A me è capitato di eccedere in attenzioni e capirlo non è stata una bella cosa, ma ho vissuto anche il contrario e pure questo troppo da ricevere può far male.
Che sia bisogno sconfinato d’amore, o che sia colpa di grossi problemi relazionali…certo è che se nasci “troppo”, un po’ d’ingombro lo diventi per forza. Allora io non resisto a dare alla piccola Didì le attenzioni che richiede, perché il suo bisogno mi offre uno specchio.
Abbiamo tutti bisogno di attenzioni?
4 giugno 2010
pensieri per Angela
Oggi Angela avrebbe festeggiato il suo compleanno…
Col mio piccolo modo di affrontare le nostalgie, ho piantato una rosa per lei.
E’ sicuro: chi ha conosciuto Angela, chi ha incrociato il suo cammino anche solo in questo pianeta virtuale, dal pensiero di lei rimane pervaso.
Quando si muore a causa di una malattia, si sente spesso la frase “ha smesso di soffrire”. Ed è pure vero, però nel mio egoismo non riesco ad accettare questa conclusione rassegnata. Ho perduto due nipotini che non sono riusciti ad arrivare oltre i 3 anni di vita in seguito ad una misteriosa malattia, e anche in quelle occasioni la ragionevole conclusione si è ripetuta.
Ha smesso di soffrire ed è sacrosanto diritto e nessuno dovrebbe essere portato a morire con dolore. Il dolore stesso non dovrebbe avere ragione d’essere! Ma il dolore c’è e lo vediamo, lo sentiamo, lo respiriamo in molti frangenti, a voler attivare i sensi. Quando una persona muore però è una perdita lacerante. Angela sta altrove scrive James, ed è così. Angela esiste ribadiscono gli amici blogger. Ed è così, esiste in tutte le sue bellissime parole che ha regalato, la sua meravigliosa intelligenza, la sua forza, che è quella bella forza delle donne che lei amava. E la sua testimonianza di lotta e il suo amore profondissimo. Esiste in chi ha incrociato il suo sentiero.
E manca moltissimo, perché non torneranno parole sue nuove.
Quanto amore!
Angela amava i miei colori, mi aveva scritto che avrebbe voluto ricoprirci la casa dei miei disegni…Lo diceva perché era una persona generosa che amava la vita in tutti i suoi colori.
Nel suo percorso di ricerca continua mi sono riconosciuta da subito, dal suo concetto di “nomadismo del cuore” sono rimasta incantata e ho pianto per quella consapevolezza che si portava addosso: essere cresciuta e aver fatto il minor male possibile.
Quello che ci innamora è forse proprio quello che ci serve, e di Angela mi ha sempre avvinta l’insegnamento ad uscire da sé, dal proprio piccolo orticello, e volgere lo sguardo al cosmo, alla dolorosa meraviglia del creato. Lei lo faceva. E nella sua instancabile ricerca aveva trovato il senso anche a quello che io non sono brava ad accettare, perché una giovane madre deve poter vedere crescere le proprie figlie accanto ad un amore innamorato. Perché il suo compito non è finito, per questo diciamo tutti che Angela esiste. Ma il dolore fa sragionare e per questo, Angela, mi scuserai se sono così arrabbiata, se non capisco quale disegno possa mai esserci nella morte dei giusti e degli innocenti e nella sopravvivenza degli sciacalli e dei prepotenti.
Ho amato molto e continuo a farlo il tuo amore infinito e concreto per la vita, vita vera mai privata di senso.
E a volte penso davvero, per dirla con
Così oggi raccolgo i mie pensieri per te e li metto qui…
i puntini sulle i
[Èdouard Manet, Ritratto di Èmile Zola, 1868]
[…] Ci sono persone che non vedono di buon occhio l’inclinazione dei lettori a scrivere.
“Ci sono più scrittori che lettori”. E’ la loro frase preferita.
Non dategli retta pena la vostra dannazione. Quando sentite questa rutilante battuta e pensate che sia rivolta contro di voi, vuol dire che siete consapevoli e critici. E’ vero, è proprio rivolta contro di voi. Non fate nulla, non battete ciglio. Sedete metaforicamente sulla riva del fiume. Dato che ormai ci sono rimaste più metafore che fiumi sulla terra, la cosa non dovrebbe risultare difficile. Prima o poi vedrete galleggiare un manoscritto dell’autore di questa stroncatura preventiva. […]
Da: Salvatore Pinna: Tutti i puntini sulle i : breviario per i lettori borderline, CUEC, c2007
1 giugno 2010
io boicotto
Da bravi soldatini assolviamo al nostro dovere/diritto con sempre minor convinzione e partecipazione. Mentre tornavo a casa meditando sull’utilità di un voto dato così, arriva come un fulmine la notizia dell’attacco israeliano alla nave della pace che intendeva rompere il blocco navale di Gaza.
Mi sento furiosa, inorridita, ancora incredula di fronte alla prepotenza di Netanyahu che si dispiace per le perdite umane ma ribadisce l’appoggio ai suoi militari.
Quello che ne deriva è una crisi diplomatica tra Israele e Turchia ma…niente di più.
Dei palestinesi, di un popolo ridotto alla fame in una striscia di terra occupata, dove un qualunque civile israeliano può condurre in arresto un qualunque civile palestinese senza ragioni e senza prove, sono rimasti ad occuparsene solo gli osservatori internazionali, e anche loro talvolta fanno fatica a testimoniare ….
Mi sento solidale con i pacifisti che non hanno accettato l’espulsione ma si sono fatti trarre in arresto. Un coraggio che chiama e urla la richiesta di attenzione. Mi sento solidale con quel gesto politico coraggioso.
Israele dimostra ancora una volta con l’usuale prepotenza, di ignorare qualunque accordo e di disprezzare la pace! E il mondo lascia fare.
Io boicotto Israele, perché credo in questa forma di lotta e di dissenso attivo e consapevole. Perché il mio gesto è la classica goccia nell’oceano, lo so, non risolvo nulla ma il mio piccolo contributo è importante per dire: io NON AIUTO LA TUA ECONOMIA
22 maggio 2010
quanto costa
Mentre i quotidiani in questi giorni si rimpallano le più svariate ipotesi sulla possibile buonuscita di Santoro dalla Rai, torno a chiedermi con prepotenza QUANTO COSTA il lavoro in Italia.
Quanto costa, in termini di sopravvivenza e di dignità, a chi non ce l’ha uno straccio di lavoro.
Quanto costa a chi al lavoro si reca tutti i santi giorni della sua vita, magari obbligato da un contratto a termine a rigare dritto più degli altri.
Quanto costa, questo lo so bene sulla mia pelle, andare al lavoro, spenderci anima e passione e vedere trascorrere i mesi senza uno stipendio regolare. Sì, 4-5-6 mesi di apnea…
E il prezzo delle morti sul lavoro? chi lo deve pagare?
C’è chi non segue le nuove forme di lotta, magari perché non vuole rassegnarsi a questo linguaggio imposto, dove ogni dramma diventa un’isola, e dopo quella dei famosi e quella dei cassintegrati, avremo l'isola dei precari? Quella dei disoccupati? Degli insegnanti e dei sottopagati in genere?
Se non si adottano i nuovi contenitori le cose smettono di esistere, o di interessare e coinvolgere.
Il costo che ha pagato Mariarca Terracciano dissanguandosi un pochino ogni giorno lo abbiamo visto. Anche se, l’ennesimo omicidio, è caduto nella indifferenza pressoché totale.
Non è omicidio forse?
L’indomani scuotevamo la testa, indignati ma non abbastanza inorriditi.
Questa notizia ha scavato un solco profondo in me, mi ha fatto male male.
L’ennesimo omicidio impunito, sì. Perché i colpevoli da perseguire, perseguitare, e qualche volta far crepare in galera, sono altri…
Fa doppiamente male quando una tragedia così si consuma in un clima forse tra i più schifosi della storia del nostro Paese. Tra corruttori di palazzo e burattini al servizio del potere e cricca e casta dediti a ruberie varie. Tutti ad agire indisturbati…
Quanto costa il lavoro casomai può venircelo a dire l’onorevole Lucio Stanca, del PdL, che alla Camera ha disertato 98 votazioni su 100.
Nessuna ironia sul cognome mi aiuta a mandar giù questa spudoratezza squisitamente italica.
17 maggio 2010
Lampione
Lampione ama attraversare le strisce pedonali.
Tutti abbiamo dei tic, delle manie, lui ha questa. Così capita spesso, ai semafori, negli incroci importanti, di vederlo passare su quelle strisce come se ogni volta fosse una prova da superare, una conquista da portare a casa alla fine della giornata. Lampione lo chiamano, per via della figura alta e snella che a me fa pensare tanto a una betulla. Lui e il suo sacchetto di plastica che chissà cosa contiene. Niente di pesante, si capisce, magari le chiavi di casa, un fazzoletto di stoffa, stirato e piegato….Leggero lui, leggero il sacchetto. Inseparabili e indistinguibili, lui e la sua busta, di quelle che fanno un rumore fastidioso appena le sfiori.
Io lo incontro soprattutto in un tratto di strada orribile che sono costretta a percorrere per andare al lavoro. Strade larghe di insegne e cartelloni da zona industriale. Strade dove si trova il concentrato dell’aggressività umana. Dove tutti si sentono autorizzati a sopraffare e ingiuriare e scaricare la propria dose di rabbia, prima di rinchiudersi ciascuno nei propri mestieri. Quando lo incontro lì, Lampione, mi pare che svolga un ruolo fondamentale, quello di riportare gli animi alla ragionevolezza. Lui attraversa quasi assorto, sicuro del diritto garantito da quelle strisce.
Lì si sente al sicuro, le strisce sono ordine e regola. Attraversa e torna indietro, sulle stesse strisce, passa e ringrazia, fa un cenno col capo e sorride agli automobilisti costretti alla sosta. Sembra costringerli al respiro profondo, quello che ti libera dall’ansia.
Poi prosegue per chissà dove.
Pian piano le nuove leggi urbanistiche, nel rispetto delle norme per il risparmio energetico e per la qualità dell’ambiente, rendono i semafori un ricordo, le rotatorie ormai li stanno soppiantando un po’ ovunque. Ma le strisce, mi dico rassicurata, resteranno.
Lampione avrà sempre le sue parallele bianche di conferma.
13 maggio 2010
insopportabile
Insopportabile.
Come ogni ingiustizia
Come ogni insabbiamento e archiviazione.
Come ogni sopruso.
Non abituiamoci mai a questa normalità
dal blog di Ornella
9 maggio 2010
stare
Mi sporco le mani con la terra per radicarmi
Per non dimenticarmi, per tenermi conto
Ci si deve sentire! Come piccola parte di un tutto
Presenti senza fatica
Fiduciosi senza impazienza
A scambiarci la vita per quello che dà
E a ciascuno la sua parte.
3 maggio 2010
200
(peccato non si possa trasmetterne l’odore, ma secondo me i giapponesi ci stanno già pensando)
Il melo grande
La speranza
Zac e Tania
Dopo che il gatto Abel se n’è andato così, senza neanche salutare, ho adottato questi due gattini
Confidenza
28 aprile 2010
la grande domanda
Probabilmente non c’è niente di più irresistibile, per un bambino, che porre domande.
Ah le domande! Vanno incoraggiate ed esaurite se possibile, soprattutto quelle che denotano una necessità di approfondimento. Ma rispetto ai bambini gli adulti tendono a perdere la capacità di porsi domande, figuriamoci quella di fornire risposte! Quante volte si risponde sbrigativamente...
C’è un libro a cui voglio particolarmente bene e che finalmente mi sono regalata, un “libro per bambini” (definizione inutile e insignificante) di Wolf Erlbruch che pone La grande domanda: perché sono venuto al mondo?
Le risposte, illustrate dallo stesso autore, arrivano via via da un pilota, da un cieco, dalla nonna, dal gatto etc., e per finire dalla mamma.
Le risposte che mi sono piaciute di più sono:
Quella imprevedibile dell’anatra: Non ne ho la più pallida idea.
Quella della morte: Sei qui per amare la vita.
Quella del cieco: Sei qui per avere fiducia.
Poi però col tempo, anche per questo non è solo un libro per bambini, scopro che altre risposte sono diventate più consone, a volte sento mia la risposta fornita dalla pietra: Sei qui per stare qui. E molto più spesso (ma è ora di dire basta!), la risposta del giardiniere: Per imparare la pazienza.
Infine, mi piace molto l’ultima pagina del libro, quella che contiene una tabella vuota dove si possono annotare, crescendo, le varie risposte raccolte o che da soli ci si è dati.
Una piccola perla che, nella (sotto)cultura dominante dell’apparire, parla di essere, e abitua ad interrogarsi
[Wolf Erlbruch, La grande domanda, Edizioni e/o c2004]
25 aprile 2010
22 aprile 2010
L'ascolto
Riflettendo sul libro di Marina, L’Ascoltatrice, che ho letto e riletto una seconda volta, ho capito che qualunque cosa avessi scritto a riguardo mi avrebbe lasciata insoddisfatta, consapevole di non aver detto tutto. Voglio parlarne di questo libro, sapendo già che molto di ciò che non dirò resterà a lavorare dentro di me, in sotterranea.
Marina, per diversi mesi, si reca nella bellissima Piazza Vittorio a Roma e si siede su una panchina con accanto un cartello in cui spiega il suo intento, che è quello di ritrarre a parole, gratuitamente, le storie di chi vuole raccontarsi. Si siede e si dispone.
E al suo raccolto segue una semina: questo libro.
Vi assicuro: è una semina.
Sono pagine che avvincono, che coinvolgono i sentimenti più antichi, quelli che sono cresciuti con noi e che qualche volta siamo chiamati a tacitare. Perciò la fine vorresti non arrivasse, ne vorresti di più. Per entrare in una realtà familiare eppure sconosciuta, per sapere una volta di più che la vita che pulsa per strada non è quella che vogliono farci apparire. Se ci si sente parte di un’umanità e di questa si avverte la dolenza, di storie autentiche come queste si ha bisogno. Le storie degli invisibili, di chi non ha voce, storie di gente che trova protezione in una piazza e che ha voglia e bisogno di entrare nel gioco del raccontarsi. Gente che si porta appresso, come tutti i comuni mortali, il proprio carretto di tic, sofferenze, disagi, visioni del mondo, dubbi, desideri e sogni. E qualche volta nostalgie.
Coraggiosa Marina a raccogliere le vite altrui e coraggiose le anime che su quella panchina si sono avvicendate.
“L’incontro sulla panchina […] ci rendeva contenti in due, perché al mio bisogno di ascoltare corrispondeva quello di dirsi degli sconosciuti”
Questo darsi reciproco ci racconta di quanto talvolta sia più semplice, e per niente raro, aprirsi agli sconosciuti. E io ci vedo anche un’urgenza, da parte di chi ascolta come da parte di chi si racconta, quella di sentirsi PARTE di un’umanità. Non diversi. Non esclusi. Non sbagliati.
Non appena mi addentro nelle storie e nelle notizie sulla piazza, accompagnata dallo stile di Marina, che è ironico, profondo, partecipe, mai mai superficiale o affettato, le persone prendono vita. Ti sembra di incontrarle per strada, capita di continuare a pensare a loro e di sentirsi coinvolti dal loro destino. Perché a James blu ci pensi, a lui e alle sue chiese e al destino delle nostre preghiere. Pensi a Raffaele, che è un angelo sulla terra, e alla paura che attanaglia Juan il filosofo…E pensi pure a lei, a questa “dame agée” che col suo cartello giallo, scevra da pregiudizi, osserva e ascolta. E prende appunti.
Proprio come il suo blog, Marina è una fonte inesauribile di informazioni, quelle relative alla piazza sono preziose e ne stimolano la visita meglio di una guida turistica.
Prima che il lettore, prossimo alla fine del libro, senta già il distacco, Marina lo anticipa, e spiega quando dire basta. Confessa quanto sia stato difficile lasciare quella piazza e quella fonte di storie. Difficile e doveroso, come spesso sono le separazioni.
E’ uno di quei libri che anche quando lo finisci, lo guardi e sai che ti parla, ancora.
Io penso che quando qualcuno realizza i propri sogni, soprattutto quando dà ascolto al bambino che è stato, un po’ di quella felicità arriva anche a chi è solo spettatore. E sono felice che Marina abbia fatto questo passo e realizzato il suo sogno di bambina. Glielo doveva! (alla bambina).
Così mentre assistiamo impotenti al dilagare della diffidenza e della paura, mentre il leghista senso del territorio chiude le persone e legifera l’esclusione, ecco io vorrei che questo libro arrivasse in tutte le case e, siccome sono un’esagerata, anche alle stanze di potere, e con le sue storie potenti (queste sì!) scuotesse coscienze assopite, vorrei che come un sussurro suonasse all’orecchio di chi non pratica l’integrazione, di chi coltiva indifferenza e supponenza.
Ecco perché, secondo me, il motivo per cui tutti dovrebbero leggere questo libro è che, attraverso una scrittura alta, si assiste a quanto può essere bello non aver paura degli altri.
[Marina Pierani, L'Ascoltatrice, Gruppo editoriale L'Espresso, 2010]
18 aprile 2010
...per le vie del centro...
Ma la vita smentisce spesso le nostre cupe previsioni, soprattutto quando sono esagerate, così mi sono ritrovata nel bel mezzo di una iniziativa spettacolare.
I commercianti avevano ingaggiato alcuni vivaisti per trasformare le piazzette del centro storico in giardini pensili.
A bocca aperta ho vagato per il centro storico che offriva un tripudio di colori, una festa per gli occhi che prendeva a schiaffi la mia indisposizione d’animo.
Abbondantemente appagata, a quel punto potevo affrontare qualunque sacrificio, avevo ricevuto la mia bella dose di bellezza, per giunta inaspettata!
Quando sono andata via mi è sembrato di vedere un grosso cartello alle mie spalle che diceva
“Hai visto, brutta brontolona, che bella sorpresa?”




