7 novembre 2011

la bellezza che salva

Quel pomeriggio di fine estate, in quella corsia d’ospedale, avevo le poesie di Rilke con me. Leggevo di rado ma sicuramente dovevo aver pensato qualche mattina che lo spirito avrebbe necessitato di bellezza. Era un momento di attesa e mentre leggevo Rilke mi è venuto alla mente quel libro di Todorov…
Uno degli ultimi pubblicati in Italia lo scorso anno, con una bellissima copertina, e con un titolo che omaggia Dostoevskji.


[Eugene A. Durenne, Therese legge, 1922]

Come spesso accade però, il titolo in lingua originale rende maggior giustizia al contenuto del libro, Les aventuriers de l’absolu: Wilde, Rilke, Cvetaeva. Perché ciò che fa Todorov è proprio questo, attraverso tre dei protagonisti letterari del Novecento, ricerca e analizza il bisogno di infinito che alberga dentro ogni uomo. Questi tre intellettuali avevano in comune, secondo Todorov, un’ideale romantico di bellezza che li spingeva ad una dissociazione dalla vita, un ritirarsene in favore dell’opera d’arte, della creazione estetica. Tutti e tre parlano d’amore, ma di fatto rifuggono l’amore applicato, quel vivere l’altro davvero dentro di sé.

E’ un saggio godibile e a tratti, durante la lettura, sembra di trovarsi seduti al tavolino di un Caffè con questi grandi, e se uno ama uno scrittore, un poeta, ha piacere a sentir raccontare di lui.

Di Oscar Wilde negli anni giovanili ho divorato l’opera omnia ma le pagine che più amo sono quelle del De Profundis, perché lì trovo l’umano dolore, la sofferenza più acuta che mi parla di Wilde uomo, non solo del genio artistico di tante altre sue opere. Lì, in quelle pagine, vedo la fusione tra vita e opera d’arte. Alcuni versi di Rilke rinnovano ogni volta l’incanto e spesso mi offrono la possibilità di sfogliare emozioni e ricordi come un album fotografico. Ma Rilke, ricorda Todorov, viveva esiliato dalle donne che ispirarono molti suoi versi, e spesso l’uomo e il poeta si muovevano “su piani che non comunicano tra loro”. E Marina Cvetaeva… viveva per lo più all’ombra dei grandi cui si era legata, quasi dimentica di se stessa si dedicava ad una forsennata ricerca della bellezza (anche se, a differenza di Rilke, desiderava l’incontro fisico).


Infine cos’è questa ricerca di eterno, di assoluto, di infinito che mal si coniuga con la vita reale?

Vita contemplativa o vita agita, esposta agli eventi, partecipata…Questo ci è dato di scegliere.

Quel pomeriggio, in quel momento di attesa, ho pensato che la bellezza salva quella parte di umanità che sta bene, o che è nelle condizioni di accoglierla…gli altri, quelli che di essa possono venir privati, restano allora dannati, perché la bellezza può non arrivare a tutti.

Però poi ho trovato conforto in questo pensiero: che per questi ultimi, la bellezza viene dall’amore che alita intorno, ed è un amore di vita partecipata.

Per questo oggi, a distanza di tempo dalla lettura di quel libro, penso che la vera bellezza della vita risieda proprio nell’amore che circola laddove la bellezza non può arrivare.

6 ottobre 2011

un bel carretto

Da un po’ di tempo, al mattino, proprio quando il cielo inizia a rischiararsi e a salutare la notte, i miei cani innescano un gioco all’inseguimento per tutta la campagna, e spesso decidono di incontrarsi sotto la mia finestra. Mentre aspetto che la sveglia butti giù dal letto il mio broncio, li ascolto invidiando tutta quella energia. Forse si rincorrono, così di buon mattino, per sgranchirsi le ossa, di sicuro c’è che salutano il nuovo giorno con allegria, a dispetto della mia resistenza ad accoglierlo, certe mattine, questo nuovo giorno.


Penso che a dare inizio ai giochi sia quella pazza scatenata di Didì e la sua sfacciata allegria, Leo per forza di cose la asseconda ; perché Leo ha bisogno di una spinta, e anche di un bel carretto che trasporti la sua stanchezza.


A volte è giusto quello che ci vuole.


29 luglio 2011

le vie del dolore

[...] le lacrime esistono al di là della luce,
al di là della pesantezza,
e persino al di là del silenzio.
E' allora che piangiamo per davvero:
lachrimae verae.
Da questa eloquenza silenziosa
nasce una conversazione infinita.
Parola sensibile,
parola necessaria e impossibile,
la lacrima ha questo di paradossale:
più è discreta, più significa, e più sfiora,
più ci tocca nel profondo.
Stranamente silenziosa,
chiaramente visibile,
risolutamente sospesa,
è una scrittura che esiste solo
nelle sue cancellature [...]

[Da: Jean-Loup Charvet, L’eloquenza delle lacrime, Medusa, 2001]


Le vie del dolore sono infinite.

Così pure le manifestazioni di sofferenza.

Possiamo piangere e scalpitare di ribellione ogni volta che ci viene voglia. Inveire contro il mondo intero, con quelli più fortunati e con quelli che se lo meriterebbero se non fosse che il male non si augura a nessuno.

Possiamo rendere manifesto il dolore, esporlo in ogni sua manifestazione.

Viceversa, possiamo dissimulare in maniera impeccabile e nessuno mai potrà sospettare la valle di lacrime in cui ci troviamo a vivere. E quanto possiamo arrivare a trovarci persino ridicoli per tutte le finzioni e le strategie che siamo capaci di mettere in atto per aggirare il dolore.

Ancora… possiamo stare in mezzo agli altri, per tutto il tempo che ci viene richiesto, in un silenzio composto…al limite un po’ assente. Sì, possiamo costringerci a farlo. Aderire a quest’ultima possibilità per un innato senso della compostezza e della misura, o per tentare di esercitare un controllo sulle emozioni (finendo spesso per patire malamente questa auto-repressione).

Esistono modi di condurre il dolore che attivano silenzi lunghi che non vogliono essere di chiusura assoluta all’esterno. Il dolore silenzioso apprezza e talvolta agogna le attenzioni, discrete e sincere.

Ci sono tante diverse modalità di portare avanti un dolore, tutte mi paiono non solo legittime ma, di più e soprattutto, non soggette a giudizio.

Invece, siccome questi tempi ci autorizzano a giudicare tutto e possibilmente incasellarlo, noto quanti tenaci pregiudizi giacciano in chi è testimone del dolore altrui.

Ho capito che va bene se racconti i fatti tuoi fin nei particolari, allora raccogli partecipazione. Se mantieni la tua riservatezza e fai comunque capire che stai passando un bruttissimo momento, spariscono tutti. Perché se al tuo dolore non dai pubblicamente un nome, quel dolore non ha dignità, non è riconosciuto appoggiato compreso…nessuna pacca sulle spalle, nessuna parola di incoraggiamento da spendere.

Le vie del dolore sono infinite, anche perché abbiamo la presunzione di credere che sia roba degli altri il dolore, o perché il nostro ci sembra unico, ineguagliabile.

Come quando ci si innamora ci si sente primi e unici amanti sulla terra, così nel dolore…nessuno soffre come noi. Quasi quasi esiste pure una gerarchia, un dolore è più importante dell’altro, quella persona è più legittimata di un’altra a soffrire e meritare vicinanza.

Poco si capisce di quanto la sofferenza obblighi ad un contatto strettissimo con le viscere dell’animo umano, quanto modifichi e stravolga lo sguardo sul mondo e sulle cose, quanto costringa a considerare la miseria dei limiti umani.

I cristiani pregano davanti alla croce, se la portano alle labbra. Si accontentano di quel pezzo di legno, anche se nessun Salvatore vi è attaccato. Il rispetto dovuto ai suppliziati finisce per nobilitare l’ignobile apparato del supplizio: non basta amare le creature se non se ne adora la miseria, l’avvilimento, il dolore.

[da: M. Yourcenar, Fuochi, Bompiani, c1984]

19 maggio 2011

tasche vuote

E’ stata una sequenza di cose tristi e crudeli ad avermi rubato il tempo.
Soprattutto il tempo mentale.
E’ questo concatenarsi di eventi a tenermi lontana dalle mie e dalle vostre pagine.
Mi sento grata ai fedeli amici che hanno continuato a prendersi cura di me, scrivendomi privatamente anche quando il mio silenzio poteva apparire respingente. E ci penso a questo mondo virtuale che fino a poco tempo fa mi camminava a fianco…
Ci penso ma non so rientrarci.
Ora non ho la forza di parlare delle fatiche, ma nell’alienazione di questo lungo brutto periodo, non ho perso l’abitudine di annotare le piccole cose belle, così estraggo un paio di note che si sono distinte per la bellezza e la vita che portavano:

La prima nota è il parto della gattina Tania

La seconda è la partecipazione al progetto

Haiku4Happiness

che mi ha riportata tra i colori per qualche momento e al quale vi chiedo appassionatamente di aderire scaricando l’ebook.

L’esplosione di fiori tutto attorno è il monito che mi si presenta ogni momento…

A tutto ciò che, sempre, mi ha parlato di speranza continuo ad abbeverarmi, però quando metto le mani in tasca le trovo sempre vuote…


Il parto di Tania…4 minuscoli gattini che accudisce con cura straordinaria. Al suo primo parto, è stata bravissima e io la studio ammirata. Zac, indiscutibilmente uno dei padri, si è mostrato da subito stanchissimo come se a partorire fosse stato lui!
Dopo qualche giorno, la natura vuole che mamma gatta stia responsabilmente incollata ai piccoli insaziabili, notte e giorno, mentre Zac è già preso da altre femmine e si concede il lusso di sparire. Una sera, dopo 2 giorni di assenza del suo compagno, Tania era agitata e mi guardava smarrita, io ho cercato di starle vicina senza dire niente, giusto qualche coccola supplementare. Ma quando Zac si è ripresentato, giuro che l'ho guardato contrariata pensando:

“Questa casa non è un albergo! ”


8 aprile 2011

2 aprile 2011

sacrifici

[Hiroshige, Gufo su un acero sotto la luna piena, 1832-1833 ca.]

Chissà chi sarà chiamato a dare risposte ai bambini, tutti, colpiti dagli ultimi drammatici avvenimenti.

I centomila e più di Sendai e quelli del disperato mondo arabo in fuga dalle dittature. I bambini giapponesi che disegnano… molti di loro non riescono più ad usare il rosa.

Il bambino nato in alto mare, in una delle tante carrette dirette alle nostre coste.

Un esserino venuto al mondo a dispetto di tutto, che la madre ha chiamato Yeabsera: dono di dio.

E per un bimbo che nasce un altro muore, nelle notti fredde che vedono lo sradicamento di un’umanità errante.


Ai piccoli del Giappone si potrà spiegare che la natura può vendicarsi e scatenare terremoti e tsunami e che l’uomo è tremendamente abile a scatenarli. A loro bisognerà ricordare, ma se per questo al mondo intero, il gesto eroico del volontario che per salvare i compagni più giovani, si è finto esperto del reattore 4. Quell’uomo ha detto di aver trovato, con quel gesto, un senso alla sua vita, ma spera anche che questo suo sacrificio serva al Paese per riflettere sul nucleare.

I bambini sono i pacchetti della miseria che trasportiamo, figli di una disperazione che non conosce democrazia né quando lascia le proprie sponde né quando ne raggiunge di nuove.

In Giappone ci sono migliaia di bambini che nello tsunami hanno perso anche l’identità e non sanno più se la loro famiglia si è salvata. Disegnano e realizzano origami, nella loro cultura un’antica leggenda dice che se costruisci 1000 gru di carta vedrai realizzati i tuoi desideri.

I bambini del Giappone sono raccolti in centri di accoglienza improvvisati e perfettamente organizzati; i piccoli profughi a Lampedusa separati, per prassi, dagli adulti rischiano di sparire e, dal momento che sono ancora in attesa di identificazione, nessuno saprà mai più niente di loro.


Ci penso continuamente a questi germogli, così spaventati e feriti a morte. E quando sento parlare di ricostruzione penso proprio a quelle creature, ai loro animi e alle realtà da reinventare.

A quegli occhi spalancati su mille pericoli. Perché i bambini non scelgono ma sono i primi a subire.

19 marzo 2011

nell'indifferenza

Tra le molteplici cose che mi piace fare tutti i giorni, la chiacchierata con mia madre occupa senz’altro un posto di rilievo. Quella donna mi cambia spesso l’umore e spesso in meglio. Parliamo di tutto e di alcune cose importanti che ci investono, ma ho notato che da un po’ di tempo, l’indifferenza umana fa capolino nelle nostre conversazioni con una certa regolarità. In qualche modo, prima o poi, andiamo a parare lì.

Nel nostro progredito presente, quello di lamentarsi del cinismo e della vacuità imperante è un esercizio cui ci dedichiamo più o meno tutti, con minore o maggior fervore. Ognuno di noi, nella propria quotidianità e nei frangenti particolari di vita, ha modo di constatare quanta umanità viene a mancare, la vediamo quasi svanire sotto i nostri occhi increduli.

Increduli i nostri occhi che però qualche volta si incazzano.

Gli occhi di mia madre, che hanno visto 87 inverni, si intristiscono e non si capacitano.

E’ questo a colpirmi al cuore. Non ha avuto una vita facile, eppure è come se la delusione fosse un sentimento a lei sconosciuto nei rapporti con le persone. Così la guardo con pena, dall’alto del mio disincanto. Noi con le delusioni ci siamo cresciuti, forse perché più esposti al mondo, mentre è come se improvvisamente lei si rendesse conto di quanta capacità di arretramento può esserci nell’essere umano, di quanto piccoli si può diventare, crescendo. E non mi sono sentita grande, io, figlia, venuta su in tempi di indagini sociologiche-psicologiche-antropologiche-dietrologiche…

Non mi sono sentita grande a fare da maestra di vita e cercare di spiegare razionalmente le dinamiche umane. In definitiva, ad arrampicarmi sugli specchi.

Io non lo so perché ha attecchito così l’indifferenza, non lo so, col cuore, perché Caino uccide anche senza spargere sangue e mille volte di più uccide con l’indifferenza.

So che accade e che mi sento meno delusa di lei.


[…] Io sono Caino. Non sono l’antenato

non abito un passato favoloso

non sono la pagina di un libro

io non sono il reietto

il primo mal riuscito che s’accantona e si perde

una manovra sbagliata della creazione

io non sono

una patologia malata.

Non sono la favola stantia

di due fratelli nello scenario vuoto

del principio. Io vivo adesso

dentro ogni umano, e lo strattono

fino all’insolenza, fino al delitto

a volte.

[…]

Sono io il mistero

del male che ti attrae

e con cui ti batti. Sempre.

[da:M. Gualtieri, Caino, Einaudi, c2011]

5 marzo 2011

mondi immaginari

Esistono delle condizioni interiori che portano avanti la nostra esistenza, la conducono proprio, indipendentemente dalla nostra volontà… e che, come una malattia invalidante, ci marchiano.

Penso sempre con molta pena al bambino che si porta addosso una paura grande che solo da adulto, forse, imparerà a riconoscere. Esistono delle condizioni che richiedono un dominio che quel bambino non imparerà mai, forse, ad esercitare.

Nelle persone abbandonate, ma anche negli animali, cerco quei primi anni di vita, quello smarrimento. Mi capita di incontrare degli sguardi che hanno quella luce, li riconosco come familiari. E li ho visti pochi giorni fa, in farmacia…una giovane madre col suo bambino che teneva per mano, si stringevano nella stessa sorte. Ho riconosciuto quegli sguardi che sembrano brillare per un’attenzione che vivono come immeritata.

C’è chi reagisce agli abbandoni con un muto e risentito silenzio, chi le tenta tutte per scongiurarli, chi finge di accettare ma ogni tanto ha la tentazione di inutili incursioni nella vita dell’abbandonante.

Non esiste persona al mondo in grado di garantire a qualcuno che mai l’abbandonerà, non possiamo sapere se saremo vittime o carnefici un giorno. E se tutto può tornare utile, in termini di esperienze acquisite, all’abbandono non riesco proprio a riconoscergli alcuna utilità.

Sì, probabilmente ogni abbandono porta con sé l’invito a lasciar andare.

Persone, sentimenti, situazioni che ci vestivano così bene…

Io, di fronte agli abbandoni, sono un po’ come il “peggior sordo che non vuol sentire”.

Ricordo di essermi anche applicata nell’esercizio dell’accettazione. Certe volte penso di avercela messa tutta, ma i risultati sono sempre stati deludenti. Fallisco sempre, non credo di aver accettato davvero nessuno degli abbandoni subiti e, come tutti forse, ho finito per affidarmi al più abusato dei luoghi comuni “solo il tempo può guarire”…


Nel mio mondo immaginario esiste una scuola (pubblica) dove si insegna a gestire gli abbandoni. I docenti sono degli abbandonanti abbandonati e gli allievi sono tutte persone che hanno capito che la paralizzante paura dell’abbandono può rovinare la vita. Perciò hanno scelto quella scuola.

Nel mio mondo immaginario però io posso solo farci un salto di tanto in tanto, perché mi tocca vivere in questo reale, però a quella scuola dedico la maggior parte delle mie risorse (immaginarie).

27 febbraio 2011

...altri scongiuri...

frontespizio di un libro in lingua logudorese

trad.: Piuttosto che non essere comunista
meglio (essere) sorcio

22 gennaio 2011

La buona ora

Bae in bon’ora, dicono i vecchi qui da noi quando ci salutano.

Che sia buona l’ora in cui vai via.

E’ un modo di lasciarti andare benedicendoti e, sebbene ormai avrei dovuto farci l’abitudine, mi capita ancora di rimanerne colpita.


E’ sempre una buona ora

quella che ci chiama ad alzare la testa, e ci intima di agire, di imprimere una nuova determinazione nelle piccole cose, che per quello sono le più grandi.

E’ una buona ora quella che ci fa intravvedere orizzonti possibili e ci regala il lusso dell’immaginazione. E’ l’ora giusta quella che ci fa conoscere una tregua nel dolore.

E anche quel momento preciso in cui lasciamo le zavorre, è una buona ora, quello in cui facciamo passare i brividi buoni e dissotterriamo gli abbracci nascosti.

Dalla lontananza, dalla distrazione, dalla paura…

E’ sempre una buona ora quella che ci vede prenderci cura di noi stessi.

11 gennaio 2011

esimersi

Volevo chiudere gli occhi su questo mio tempo difficile, e su quello difficile per tutti.

Sul ricatto agli operai, ché una cosa così non si era mai vista.

Tapparmi le orecchie,

non ascoltare l’ultima invettiva del santo padre sull’educazione sessuale…

Chiudere gli occhi sul neonato morto di freddo a Bologna, certamente nell’indifferenza più o meno generale.

Volevo esimermi, non sentire altro. Difendermi dall’assalto del brutto e del peggio.


Ma avevo coltivato sufficiente speranza…

Durante la mia infanzia, la fine dell’estate era sancita dall’approvvigionamento della legna per l’inverno. Una volta sistemati i ciocchi, ci si sentiva veramente al riparo da tutto. Questa esperienza mi è rimasta incollata addosso e per fortuna, quest’anno, insieme alla provvista della legna per l’inverno avevo sistemato anche la provvista di fiducia, senza quella sì che si sta al freddo!



31 dicembre 2010

inverno

Cercavo sorrisi – ne era

colmo l’inverno – appena

sotto la pelle – del ghiaccio

e io non lo sapevo

Senza pazienza com’ero

non lo sapevo – ma l’inverno

soave durava e soave

oh quanto soave fu

nell’invitarmi a sedere

davanti a una tazza

di luce.

[da: Giusi Quarenghi, Ho incontrato l’inverno, Campanotto Editore, 2007]


Ogni volta che leggo questa poesia penso che solo i poeti possono attribuire l’aggettivo soave all’inverno…Io, che poeta non sono, neanche nei giorni migliori arrivo a trovare soave il freddo, il buio, l’umido…Con una sfacciata scontentezza, io, conto i giorni che mi separano dalla primavera. Forse non ho guardato bene…forse non ho saputo dispormi ad accogliere l’invito dell’inverno…Domani guardo meglio.

Quel che è certo è che questo mi auguro e auguro a tutti voi:

disporsi ad accogliere e

riuscire a sedere davanti a una tazza di luce.

Auguri a tutti!

23 dicembre 2010

8 dicembre 2010

coraggio

Di quei giorni di nuvole nere e di pioggia incessante conservo immagini di mani che si stringono, di coraggio che passa tra corpi che si toccano, sguardi che cercano speranza…

Corridoi d’ospedale, ansie e paure che si scontrano di fretta su e giù per le scale, perché gli ascensori sono sempre stracarichi e richiedono attese che non coincidono con l’umore. Qualche volta i bisogni degli altri bussano alle menti distratte, qualche volta richiamano sorrisi e altre volte costringono a distogliere lo sguardo.

La pioggia continua a cadere, a parlare di abbondanza, di cose che non restano mai uguali, di prospettive che cambiano e di quanto coraggio ci vuole certe volte a stare in piedi.

A me sembra che quando è così, tanta e impetuosa, la pioggia alimenti il senso di solitudine, il bisogno di un riparo sicuro e solido che duri per sempre, bisogno di continuità o di assoluto…

Troppa pioggia bagna troppo a fondo…

Quando cessa, anche solo per poco, gli uccellini accorrono a bagnarsi tra le ramaglie grondanti. Si producono in canti che sembrano inni di ringraziamento e che si imbattono nel mio brontolio stanco.

“Non sono del mio solito gioviale umore!” urlo ai volatili per esprimere la mia dissociazione da quella felicità. Ci saranno altri momenti in cui potremo condividere questa gioia, prometto più a me stessa.

Ci sono, arrivano sempre i momenti lineari, quelli che mettono a posto tutto, o quasi. E alla gioia, come al dolore, è meglio non sottrarsi.

Intanto la pioggia, impietosa e impetuosa, continua a cadere e io mi perdo ad osservare le gocce che scendono libere e quelle che rimbalzano.

Penso che ognuno di noi abbia a disposizione alla nascita una certa dose di coraggio, forse abbiamo tutti la riserva necessaria. Quando ci facciamo coraggio o vogliamo trasmetterlo agli altri, è alla nostra piccola provvista che attingiamo. E penso che non si rimanga mai senza, che quando ne togli un po’ poi la riserva venga rimpinguata da altro coraggio, che entra ed esce e circola come l’aria e che, come l’aria, diventa indispensabile.

20 novembre 2010

a presto

miei cari amici lettori...
mi dispiace non poter passare a visitare i vostri blog...vi abbraccio tutti e spero di tornare presto

13 novembre 2010

utile e inutile

Ci sono delle erbe selvatiche, alcune tra quelle che con spregio definiamo erbacce, che svolgono un’ utilissima funzione di arricchimento del terreno e ne tracciano lo stato di salute. Questa cosa mi ha sempre affascinata, perciò amo con tutta me stessa il Centocchio, che ricambiandomi ampiamente, qui cresce rigogliosissimo e di almeno tre colori!

Il Centocchio è tra le infestanti che indicano ad esempio un terreno ricco di umus, e quindi quando lo si incontra bisogna rivolgergli uno sguardo particolarmente grato e soddisfatto. Lui, nella sua spontanea semplicità, secondo me non lo sa di essere tanto prezioso.

Questo fatto delle infestanti così utili mi porta a riflettere su ciò che riteniamo inutile o indegno.

Il vecchio contadino, con cui di tanto in tanto intrattengo opportune conversazioni sulle tecniche colturali, sostiene con forza che il grande pino che sovrasta la parte alta della mia campagna, in definitiva non ci stia a far niente. Io difendo strenuamente l’albero, il contadino annuisce ma ribadisce: non serve a niente. E’ cresciuto in tempi non sciuponi e la vita gli ha insegnato ad avere una visione utilitaristica delle cose. Ciò che non produce non ha ragione di esistere.

Contraria a questa teoria osservo il pino e faccio altre considerazioni: sta finendo per creare troppa ombra agli olivi, sotto i pini, si sa, non cresce niente, infine… concludo (catastroficamente) che un forte maestrale prima o poi potrebbe sradicarlo e lui si abbatterebbe rovinosamente sugli altri alberi. In quel caso la sua maestosa bellezza e la sua ombra rigenerante mi mancherebbero, e capisco che sarebbero le sue qualità a farmi pensare a lui.


Così con le persone…è bello alimentare gli aspetti positivi piuttosto che concentrarsi su nei e mancanze.

Tutto quello che, in qualunque modo, ci fa bene o ci comunica bellezza è utile e necessario.

Io lascerò che il pino segua il suo ciclo naturale, bello e utile, farò in modo che rischi e previsioni negative non offuschino la mia ammirazione.

Perché noi non siamo così determinanti, tutto si compie comunque.

7 novembre 2010

piuttosto

Io e il gatto Zizou ci fermiamo spesso a guardare fuori, al di là dei vetri ognuno di noi due cerca qualcosa.
E, sono sicura, ognuno di noi due trova quello su cui incantarsi.

Tutte le sfumature di verde si offrono ai miei occhi. Quello della vite vira al giallo mentre il verde delle foglie degli ulivi e degli agrumi resta uguale, sempre.

Almeno finché si affidano all’albero che le nutre. Tra i rami osservo le mie battaglie, persino troppe per la mia insignificanza, e i raggi del sole che fra i rami filtrano mi ricordano che qualche volta le battaglie si possono vincere.

Gli occhi si beano delle meraviglie intorno, non può esistere indifferenza in mezzo alla natura poiché tutto può scuoterti.


[Edouard Boubat, Paris May 1968]


Il mio cuore testardo si fissa però su un’immagine ricorrente e poiché questo fotografo si affaccia spesso alla mia mente penso che abbia deciso di aderire al mio mondo interiore e ancora una volta provo gratitudine per qualunque forma d'arte che rappresenti il mio stare.

27 ottobre 2010

espiazioni

Mentre coralmente ci si unisce alla battaglia sulla libertà di parola, continuo a constatare che persino in queste trasmissioni alcuni temi continuano a restare tabù. E non capisco se dietro la scelta ostinata, per esempio, di non trattare e approfondire la penosa situazione delle carceri italiane ci sia il pensiero che non è cosa che interessa la maggioranza dei telespettatori…

Nei tg nazionali vengono snocciolate le cifre allarmanti. Si notificano morti, sospette e non, con lo stesso tono con cui si annuncia il prossimo conduttore di Sanremo. Si invita la sorella del povero Stefano Cucchi, assurto suo malgrado ad emblema delle morti in galera, e con queste briciole di share che ancora il caso suscita, l’informazione è data.

Prima e dopo di lui ancora tanti, di cui non si parla perché magari le famiglie si sono chiuse in un dolore che non va alla ribalta. Un dolore muto e rassegnato che non fa audience. O un dolore urlato e inascoltato.

Mi piacerebbe vedere una puntata intera dedicata al tema, dove si racconti che non c’è una bella aria.


Chiunque per saperne di più può documentarsi come crede, ma vorrei lo stesso una serata di informazione, dove insieme alla brutta aria che tira, si ricordasse a tutti che le galere italiane scoppiano e dentro certe galere ci sono anche bambini, non dimentichiamolo mai.


Dei piccoli di Rebibbia avevo già parlato qui.


Oggi la situazione non è cambiata, a Rebibbia è peggiorata perché si è arrivati addirittura al sovraffollamento! Là dove c’erano 6 lettini, ora ce ne sono 12.

Ci sono galere dove c’è solo un bambino in mezzo a tanti adulti, altre dalle quali i bambini non possono proprio uscire.


Ho letto recentemente che questa sarebbe la terza legislatura chiamata a valutare la possibilità di pene alternative per le madri, nell’attesa penso al fatto che più della metà della popolazione carceraria è costituita da extracomunitari, quindi qualunque proposta legislativa deve necessariamente contemplare l’inclusione, più che l’esclusione.


Quanto può pesare tutto questo sulla coscienza di cittadini inebetiti di fronte allo schermo? Quanto costringerebbe i politici, che si ama invitare al salotto, a dare risposte ufficiali e pubbliche?

Non voglio fare l’idealista, non lo so se e quanto peserebbe, però…mi piacerebbe poterlo constatare, avere la possibilità di verificarlo!

Mi piacerebbe che si evidenziasse l’impegno dei volontari comparato a quello dei governi. E che si mostrasse, insieme all’aberrazione, anche la rete di quelle piccole e sparute realtà dove si fa qualcosa di concreto, piccole cose che hanno un grande valore. Come l’impegno costante di associazioni di volontariato che cercano di non far pesare ai bambini ulteriori espiazioni. Come le iniziative di quei Comuni che hanno allestito un angolo verde all’interno del carcere dove i bambini possono incontrare e pranzare insieme ai genitori reclusi. Piccole, irrisorie attenzioni che in una realtà difficilmente trasformabile danno un assaggio di normalità.


La normalità che agli uomini liberi spesso pesa, mentre costituisce l’assenza pungente di chi vive dietro le sbarre. Vorrei che si parlasse di tutto questo al pubblico inebetito, magari per sensibilizzare e coinvolgere i più pigri, quelli che sembrano accorgersi di una realtà solo quando passa in TV.

Dentro alla nostra realtà ce n’è una parallela che respira e qualche volta soffoca.


Le celle pullulano di extracomunitari, l’affiliato al clan è spesso servito e riverito e temutissimo, il povero cristo che ha rubato per sfamare la famiglia attende i tempi biblici del giudizio. Non può esserci una bell’aria in carcere, intrinsecamente impossibile.

Non c’era una bella aria neanche nel carcere francese di Grasse che ha restituito il corpo del giovane italiano svuotato. Una macabra carcassa privata persino del cuore.


Che concetto abnorme di espiazione sono stati educati a coltivare i secondini?

22 ottobre 2010

conversiamo!

Di osservare o riflettere sull’esercizio della conversazione si sono preoccupati fior fior di studiosi, antropologi, sociologi, psicologi sono intervenuti sul tema…e io non posso aggiungere niente di nuovo.
Certo, io non sono una chiacchierona, però per la verità non è che mi senta neanche tanto stimolata a diventarlo. E’ chiaro: dal modo di condurre una conversazione si capiscono (o si fraintendono) molte cose.

Io capitolo spesso di fronte a quel tipo di interlocutore che interrompe sempre.
Quello che se tu inizi un ragionamento, e magari ti piace riflettere (in tempi ragionevoli) su quello che stai per dire o come rendere meglio il concetto, ti interrompe, anticipa il tuo pensiero imprimendo alla conversazione una fretta che non aveva!
Ci sono persone così, che forse lo fanno per venirti incontro, per dimostrare che sì, hanno capito dove vuoi arrivare, e forse lo fanno anche per un bisogno di sentirsi attive e mai passive…Io cerco sempre di trovare una spiegazione a questo comportamento quando è reiterato, un motivo recondito che non mi faccia arrivare alla condanna.
Cerco di non arrivare a concludere subito, prima ancora dentro di me, “e ma con te non si può parlare!”.

Ma spesso, e più genericamente, da questa mancanza di empatia mi sento minacciata.

D’altro canto ci sono quelli che se la prendono davvero comoda, che tra un concetto e l’altro fanno passare una quantità di tempo in cui magari saresti andata a bere un caffè e anche tornata. Quelli…se li interrompi sono guai! Neanche proferiscono verbo, ti fulminano direttamente con lo sguardo o si schiariscono la voce per imporre il silenzio. Era così un docente di Storia all’università, e tu non potevi mai intervenire con un’osservazione o con una domanda. Davvero un’ottima interazione.

In generale, ho molto spesso la sensazione di assistere a dei monologhi simultanei. Situazioni in cui ognuno segue un suo personale esclusivo percorso e da ciò che dice l’altro non vuole neanche essere sfiorato.

[Edouard Boubat, Remi ecoutant la mer, 1995]

Non è solo incapacità di ascolto o mania di protagonismo, mi dico, ci sarà dell’altro... Alla conversazione si affidano gli istinti e si vede subito se chi hai di fronte è davvero interessato al tuo punto di vista o se l’unico interesse è quello narcisistico di parlare di sé.

La capacità di ascolto non è contagiosa come l’influenza, eppure tutti se la attribuiscono! Io non so come si misura. Su me stessa, ho forti dubbi…Potrei dire che non sono brava ad ascoltare, perché non so stare ferma per troppo tempo e spesso mi spazientisco ecco, mi piace tanto stare in ascolto ma questo non significa che sia brava a farlo. Perciò mi chiedo… come fa chi se ne dice dotato a stabilirlo?

18 ottobre 2010

cose inammissibili

Lo scorso fine settimana sono andata ad un incontro al parco di Ottobre in poesia. La prima giornata d’autunno dopo giorni di mare. La furia del vento e il cielo nero sembravano suggerire di barricarsi in casa, ma la poesia sfida pure il maltempo e chissenefrega del traffico impazzito. Una volta raggiunto il parco…un’altra giornata. Il vento, che sembrava il dazio da pagare per il tragitto, solo un ricordo, e un sole primaverile baciava i versi sparsi qua e là. Ebbene, dentro questo quadro impressionista, tra tutti i versi che ho potuto ascoltare, quelli che mi sono rimasti dentro sono del poeta americano Richard Tillinghast. A leggere magnificamente questa poesia che riporto è stato il suo traduttore.

Non è ammissibile
di Richard Tillinghast
(traduzione di Fabio Barcellandi)

La carne in scatola non è ammissibile, il concentrato di pomodoro non è ammissibile
i vestiti non sono ammissibili, le scarpe non sono ammissibili, i quaderni non sono ammissibili.
Tutto questo sarà conservato nei nostri magazzini a Kerem Shalom
fino a nuovo avviso.
Banane, mele e cachi sono invece ammessi a Gaza,
pesche e datteri, e ora anche la pasta
(dopo la visita del senatore americano).
Questi sono vitali per il sostentamento quotidiano.

Ma niente albicocche, niente prugne, niente uva, niente avocado, niente marmellata.
Questi sono lussi e non sono ammissibili.
La carta per i libri di testo non è ammissibile.
I terroristi potrebbero usarla per stampare materiale sedizioso.
E perché poi avreste bisogno di libri di testo
ora che le vostre scuole non sono che macerie?
L’acciaio non è ammissibile, i materiali da costruzione non sono ammissibili, i tubi di plastica non sono ammissibili.
Questi i terroristi potrebbero utilizzarli per lanciare razzi
contro di noi.

Zucche e carote potete averle, ma nessuna prelibatezza,
niente ciliegie, niente melograni, niente angurie, niente cipolle,
niente cioccolato.

Abbiamo una lista di tre dozzine di articoli che sono ammessi,
ma non siamo obbligati a rivelarne il contenuto.
Questa è la decisione presa
dal Colonnello Levi, dal Colonnello Rosenzweig, e dal Colonnello Segal.

Il nostro motto è:
’Nessuna prosperità, niente sviluppo, nessuna crisi umanitaria.'

Potete pescare nel Mediterraneo,
ma soltanto entro tre chilometri dalla costa.
Oltre questa distanza apriremo il fuoco.
È un vero peccato che le acque siano inquinate
venti milioni di litri di liquami scaricati in mare ogni giorno
è la cifra confermata.
I nostri razzi hanno colpito gli impianti di depurazione,
e a questo punto i pezzi di ricambio per ripararli non sono ammissibili.

Finché Hamas ci minaccia,
il cemento non è ammissibile, il vetro non è ammissibile, le apparecchiature mediche non sono ammissibili.
Vi teniamo d’occhio dai nostri troni senza pilota
mentre cucinate i vostri miseri pasti sui fuochi all’aperto
e mentre dormite
fra le rovine di case distrutte dai colpi dei cannoni.

E se i vostri figli non riescono a dormire,
mancando loro i fratelli uccisi nelle nostre incursioni,
o urlano di notte, o bagnano il letto
nelle vostre tende di fortuna per rifugiati,
o gridano, per il dolore dei loro arti amputati -
questo è il prezzo da pagare per aver nutrito terroristi.

Dio ci ha dato questa terra.
Una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Per ricordare i bambini di Gaza ho fisse nella mente (e nel cuore, si) le bellissime foto di Alice.

16 ottobre 2010

un pensiero...




per Maricica e per tutte le donne vittime della furia degli uomini

8 ottobre 2010

sogno e incontro

Quando una persona ci sta a cuore è il suo bene che desideriamo, ed è commovente questo moto dell’anima, questa cosa che nasce dalle viscere e si manifesta come crede.
E così, sicuramente evocata da un pensiero costante, una scrittrice che mi sta tanto a cuore è venuta a trovarmi in sogno. C’erano parole grandi che non riuscivo a pronunciare. E c’erano silenzi così ingombranti che tutta la casa e lo spazio circostante non potevano bastare. Il mio sogno si svolgeva qui (e dove posso figurarmi se no?), ricordo alcune piante, ricordo che mi domandavo se i giacinti acquatici le sarebbero piaciuti, ricordo che mi preoccupavo che fosse tutto in ordine.

C’era lei, ed era giovane ringiovanita e rinvigorita, avvicinava a se una rosa rossa per ammirarne meglio il colore. Era una rosa rossa tutta stortignaccola, come me, e in lei perciò mi sono identificata. Non perché volessi essere ammirata meglio, volevo essere sentita. Presente. Vicina. Presente fino a far male. Però lei c’era e questo, nel sogno, era l’unico pensiero lucido che mi confortava. Sentivo che dovevo essere sopra ogni cosa grata per quello sforzo di mostrarsi, di far capolino, qui nel mio fazzoletto di terra..

Il mio sogno aveva nostalgia ed era vivo come la mia speranza cocciuta, intenso come la luce che mi ha risvegliata, questa luce d’ottobre che mi piace tanto


disegno: ©Arnicamontana

1 ottobre 2010

signori ricchi

Durante la mia turbolenta giovinezza ho lavorato, per mantenermi agli studi, alle dipendenze di alcuni esemplari di “ricchi della costa smeralda”.

Ero giovane e piuttosto battagliera. Ma mi trovavo ad ingoiare più o meno di tutto, non solo perché l’autonomia economica era il punto d’orgoglio della mia generazione, ma soprattutto perché lavorare significava poter studiare. Non sono nata in una famiglia benestante e, dopo le scuole obbligatorie, lo studio non sarebbe stato un diritto garantito. Ingoiavo quello che la mia immensa rabbia poteva permettersi, mandavo giù umiliazioni e sbeffeggiamenti, sempre fino a un certo punto.

Così, fatte ovviamente le dovute distinzioni, ho sviluppato, e credo a ragion veduta, un’insopprimibile intolleranza verso i signori ricchi.

Una famiglia di milanesi pretendeva di istruirmi sulla flora della mia isola, e addirittura un giorno la “signora” ha affermato solennemente di fronte ai suoi ospiti che “i sardi non conoscono il basilico”, mentre lei continuava a scambiare una pianta di timo per origano.


Un giovane rampante, appartenente ad una facoltosissima famiglia romana, mi aveva chiesto se noi in Sardegna conoscevamo il gioco del calcio. Tipo Zulu, no?

Lo scudetto gloriosamente vinto dal Cagliari nel ’70 non l’aveva neanche sfiorato e, non solo per questo frangente, i miei ricordi di questi signori ricchi sono associati ad un grado di ignoranza delle cose…sconvolgente.


L’elegante (e tristissima) “signora” del Trentino pretendeva che per una cena con personaggi famosi mi trasformassi nell’immagine stereotipata della cameriera indossando grembiule e crestina in pizzo intonata…Quella volta l’ho mandata a quel paese e sono andata a dormire in spiaggia sola, infreddolita e impaurita.


Quando mia madre provava a chiamarmi, pagavo care quelle due parole scambiate col nodo alla gola della nostalgia. Trovavano sempre il modo di far scontare il minimo attimo di intimità concesso alla serva.


Spesso i signori ricchi si attardavano con gli ospiti ascoltando a manetta Julio Iglesias. Mentre io, nella mia celletta, distruttissima dal superlavoro, tentavo inutilmente di dormire.


Ho molti ricordi conservati ben bene nella mia mente, non so a far cosa, non so perché continuino ad ingombrare, ad occupare spazio che potrebbe essere occupato mille volte meglio.

Ma le umiliazioni non si cancellano, col tempo forse riesci a prenderne le distanze…

Le persone umiliate provano spesso vergogna di se stesse per lo schifo subito, come se a loro fosse imputabile la colpa.

Io provo vergogna per l’incommensurabile grettezza di chi umilia.

Ché davvero signori si nasce!

25 settembre 2010

scongiuro

Ultima rima. Per i grandi
Scongiuro contro il nazismo futuro


Gli abbiamo detto che la rabbia non è bene
Bisogna vincerla, bisogna fare pace
Ma che essere cattivi poi conviene
Più si grida, più si offende e più si piace

Gli abbiamo detto che bisogna andare a scuola
Ma che le scappatoie sono tante

Gli abbiamo detto che tutto è intorno a loro
La vita è adesso, basta allungar la mano

Gli abbiamo detto che non c’è più lavoro
E quella mano la allungheranno invano
Gli abbiamo detto che se hai un capo griffato
Puoi baciare maschi e femmine a piacere

Gli abbiamo detto che se non sei sposato
Ci son diritti di cui non puoi godere

Gli abbiamo detto che l’aria è avvelenata
Perché tutti vanno in macchina al lavoro
Ma che la società sarà salvata
Se compreranno macchine anche loro

Gli abbiamo detto tutto, hanno capito tutto
Che il nostro mondo è splendido
Che il loro mondo è brutto
Bene: non c’è bisogno di indovini
Per sapere che arriverà il futuro
Speriamo che la rabbia dei bambini
Non ci presenti un conto troppo duro


da: Bruno Togliolini : Rime di rabbia, Salani, 2010

18 settembre 2010

scegliersi un posto

ci sono posti dove ci si sente comodi e al sicuro
quei posti ci meritano