31 dicembre 2010

inverno

Cercavo sorrisi – ne era

colmo l’inverno – appena

sotto la pelle – del ghiaccio

e io non lo sapevo

Senza pazienza com’ero

non lo sapevo – ma l’inverno

soave durava e soave

oh quanto soave fu

nell’invitarmi a sedere

davanti a una tazza

di luce.

[da: Giusi Quarenghi, Ho incontrato l’inverno, Campanotto Editore, 2007]


Ogni volta che leggo questa poesia penso che solo i poeti possono attribuire l’aggettivo soave all’inverno…Io, che poeta non sono, neanche nei giorni migliori arrivo a trovare soave il freddo, il buio, l’umido…Con una sfacciata scontentezza, io, conto i giorni che mi separano dalla primavera. Forse non ho guardato bene…forse non ho saputo dispormi ad accogliere l’invito dell’inverno…Domani guardo meglio.

Quel che è certo è che questo mi auguro e auguro a tutti voi:

disporsi ad accogliere e

riuscire a sedere davanti a una tazza di luce.

Auguri a tutti!

23 dicembre 2010

8 dicembre 2010

coraggio

Di quei giorni di nuvole nere e di pioggia incessante conservo immagini di mani che si stringono, di coraggio che passa tra corpi che si toccano, sguardi che cercano speranza…

Corridoi d’ospedale, ansie e paure che si scontrano di fretta su e giù per le scale, perché gli ascensori sono sempre stracarichi e richiedono attese che non coincidono con l’umore. Qualche volta i bisogni degli altri bussano alle menti distratte, qualche volta richiamano sorrisi e altre volte costringono a distogliere lo sguardo.

La pioggia continua a cadere, a parlare di abbondanza, di cose che non restano mai uguali, di prospettive che cambiano e di quanto coraggio ci vuole certe volte a stare in piedi.

A me sembra che quando è così, tanta e impetuosa, la pioggia alimenti il senso di solitudine, il bisogno di un riparo sicuro e solido che duri per sempre, bisogno di continuità o di assoluto…

Troppa pioggia bagna troppo a fondo…

Quando cessa, anche solo per poco, gli uccellini accorrono a bagnarsi tra le ramaglie grondanti. Si producono in canti che sembrano inni di ringraziamento e che si imbattono nel mio brontolio stanco.

“Non sono del mio solito gioviale umore!” urlo ai volatili per esprimere la mia dissociazione da quella felicità. Ci saranno altri momenti in cui potremo condividere questa gioia, prometto più a me stessa.

Ci sono, arrivano sempre i momenti lineari, quelli che mettono a posto tutto, o quasi. E alla gioia, come al dolore, è meglio non sottrarsi.

Intanto la pioggia, impietosa e impetuosa, continua a cadere e io mi perdo ad osservare le gocce che scendono libere e quelle che rimbalzano.

Penso che ognuno di noi abbia a disposizione alla nascita una certa dose di coraggio, forse abbiamo tutti la riserva necessaria. Quando ci facciamo coraggio o vogliamo trasmetterlo agli altri, è alla nostra piccola provvista che attingiamo. E penso che non si rimanga mai senza, che quando ne togli un po’ poi la riserva venga rimpinguata da altro coraggio, che entra ed esce e circola come l’aria e che, come l’aria, diventa indispensabile.

20 novembre 2010

a presto

miei cari amici lettori...
mi dispiace non poter passare a visitare i vostri blog...vi abbraccio tutti e spero di tornare presto

13 novembre 2010

utile e inutile

Ci sono delle erbe selvatiche, alcune tra quelle che con spregio definiamo erbacce, che svolgono un’ utilissima funzione di arricchimento del terreno e ne tracciano lo stato di salute. Questa cosa mi ha sempre affascinata, perciò amo con tutta me stessa il Centocchio, che ricambiandomi ampiamente, qui cresce rigogliosissimo e di almeno tre colori!

Il Centocchio è tra le infestanti che indicano ad esempio un terreno ricco di umus, e quindi quando lo si incontra bisogna rivolgergli uno sguardo particolarmente grato e soddisfatto. Lui, nella sua spontanea semplicità, secondo me non lo sa di essere tanto prezioso.

Questo fatto delle infestanti così utili mi porta a riflettere su ciò che riteniamo inutile o indegno.

Il vecchio contadino, con cui di tanto in tanto intrattengo opportune conversazioni sulle tecniche colturali, sostiene con forza che il grande pino che sovrasta la parte alta della mia campagna, in definitiva non ci stia a far niente. Io difendo strenuamente l’albero, il contadino annuisce ma ribadisce: non serve a niente. E’ cresciuto in tempi non sciuponi e la vita gli ha insegnato ad avere una visione utilitaristica delle cose. Ciò che non produce non ha ragione di esistere.

Contraria a questa teoria osservo il pino e faccio altre considerazioni: sta finendo per creare troppa ombra agli olivi, sotto i pini, si sa, non cresce niente, infine… concludo (catastroficamente) che un forte maestrale prima o poi potrebbe sradicarlo e lui si abbatterebbe rovinosamente sugli altri alberi. In quel caso la sua maestosa bellezza e la sua ombra rigenerante mi mancherebbero, e capisco che sarebbero le sue qualità a farmi pensare a lui.


Così con le persone…è bello alimentare gli aspetti positivi piuttosto che concentrarsi su nei e mancanze.

Tutto quello che, in qualunque modo, ci fa bene o ci comunica bellezza è utile e necessario.

Io lascerò che il pino segua il suo ciclo naturale, bello e utile, farò in modo che rischi e previsioni negative non offuschino la mia ammirazione.

Perché noi non siamo così determinanti, tutto si compie comunque.

7 novembre 2010

piuttosto

Io e il gatto Zizou ci fermiamo spesso a guardare fuori, al di là dei vetri ognuno di noi due cerca qualcosa.
E, sono sicura, ognuno di noi due trova quello su cui incantarsi.

Tutte le sfumature di verde si offrono ai miei occhi. Quello della vite vira al giallo mentre il verde delle foglie degli ulivi e degli agrumi resta uguale, sempre.

Almeno finché si affidano all’albero che le nutre. Tra i rami osservo le mie battaglie, persino troppe per la mia insignificanza, e i raggi del sole che fra i rami filtrano mi ricordano che qualche volta le battaglie si possono vincere.

Gli occhi si beano delle meraviglie intorno, non può esistere indifferenza in mezzo alla natura poiché tutto può scuoterti.


[Edouard Boubat, Paris May 1968]


Il mio cuore testardo si fissa però su un’immagine ricorrente e poiché questo fotografo si affaccia spesso alla mia mente penso che abbia deciso di aderire al mio mondo interiore e ancora una volta provo gratitudine per qualunque forma d'arte che rappresenti il mio stare.

27 ottobre 2010

espiazioni

Mentre coralmente ci si unisce alla battaglia sulla libertà di parola, continuo a constatare che persino in queste trasmissioni alcuni temi continuano a restare tabù. E non capisco se dietro la scelta ostinata, per esempio, di non trattare e approfondire la penosa situazione delle carceri italiane ci sia il pensiero che non è cosa che interessa la maggioranza dei telespettatori…

Nei tg nazionali vengono snocciolate le cifre allarmanti. Si notificano morti, sospette e non, con lo stesso tono con cui si annuncia il prossimo conduttore di Sanremo. Si invita la sorella del povero Stefano Cucchi, assurto suo malgrado ad emblema delle morti in galera, e con queste briciole di share che ancora il caso suscita, l’informazione è data.

Prima e dopo di lui ancora tanti, di cui non si parla perché magari le famiglie si sono chiuse in un dolore che non va alla ribalta. Un dolore muto e rassegnato che non fa audience. O un dolore urlato e inascoltato.

Mi piacerebbe vedere una puntata intera dedicata al tema, dove si racconti che non c’è una bella aria.


Chiunque per saperne di più può documentarsi come crede, ma vorrei lo stesso una serata di informazione, dove insieme alla brutta aria che tira, si ricordasse a tutti che le galere italiane scoppiano e dentro certe galere ci sono anche bambini, non dimentichiamolo mai.


Dei piccoli di Rebibbia avevo già parlato qui.


Oggi la situazione non è cambiata, a Rebibbia è peggiorata perché si è arrivati addirittura al sovraffollamento! Là dove c’erano 6 lettini, ora ce ne sono 12.

Ci sono galere dove c’è solo un bambino in mezzo a tanti adulti, altre dalle quali i bambini non possono proprio uscire.


Ho letto recentemente che questa sarebbe la terza legislatura chiamata a valutare la possibilità di pene alternative per le madri, nell’attesa penso al fatto che più della metà della popolazione carceraria è costituita da extracomunitari, quindi qualunque proposta legislativa deve necessariamente contemplare l’inclusione, più che l’esclusione.


Quanto può pesare tutto questo sulla coscienza di cittadini inebetiti di fronte allo schermo? Quanto costringerebbe i politici, che si ama invitare al salotto, a dare risposte ufficiali e pubbliche?

Non voglio fare l’idealista, non lo so se e quanto peserebbe, però…mi piacerebbe poterlo constatare, avere la possibilità di verificarlo!

Mi piacerebbe che si evidenziasse l’impegno dei volontari comparato a quello dei governi. E che si mostrasse, insieme all’aberrazione, anche la rete di quelle piccole e sparute realtà dove si fa qualcosa di concreto, piccole cose che hanno un grande valore. Come l’impegno costante di associazioni di volontariato che cercano di non far pesare ai bambini ulteriori espiazioni. Come le iniziative di quei Comuni che hanno allestito un angolo verde all’interno del carcere dove i bambini possono incontrare e pranzare insieme ai genitori reclusi. Piccole, irrisorie attenzioni che in una realtà difficilmente trasformabile danno un assaggio di normalità.


La normalità che agli uomini liberi spesso pesa, mentre costituisce l’assenza pungente di chi vive dietro le sbarre. Vorrei che si parlasse di tutto questo al pubblico inebetito, magari per sensibilizzare e coinvolgere i più pigri, quelli che sembrano accorgersi di una realtà solo quando passa in TV.

Dentro alla nostra realtà ce n’è una parallela che respira e qualche volta soffoca.


Le celle pullulano di extracomunitari, l’affiliato al clan è spesso servito e riverito e temutissimo, il povero cristo che ha rubato per sfamare la famiglia attende i tempi biblici del giudizio. Non può esserci una bell’aria in carcere, intrinsecamente impossibile.

Non c’era una bella aria neanche nel carcere francese di Grasse che ha restituito il corpo del giovane italiano svuotato. Una macabra carcassa privata persino del cuore.


Che concetto abnorme di espiazione sono stati educati a coltivare i secondini?

22 ottobre 2010

conversiamo!

Di osservare o riflettere sull’esercizio della conversazione si sono preoccupati fior fior di studiosi, antropologi, sociologi, psicologi sono intervenuti sul tema…e io non posso aggiungere niente di nuovo.
Certo, io non sono una chiacchierona, però per la verità non è che mi senta neanche tanto stimolata a diventarlo. E’ chiaro: dal modo di condurre una conversazione si capiscono (o si fraintendono) molte cose.

Io capitolo spesso di fronte a quel tipo di interlocutore che interrompe sempre.
Quello che se tu inizi un ragionamento, e magari ti piace riflettere (in tempi ragionevoli) su quello che stai per dire o come rendere meglio il concetto, ti interrompe, anticipa il tuo pensiero imprimendo alla conversazione una fretta che non aveva!
Ci sono persone così, che forse lo fanno per venirti incontro, per dimostrare che sì, hanno capito dove vuoi arrivare, e forse lo fanno anche per un bisogno di sentirsi attive e mai passive…Io cerco sempre di trovare una spiegazione a questo comportamento quando è reiterato, un motivo recondito che non mi faccia arrivare alla condanna.
Cerco di non arrivare a concludere subito, prima ancora dentro di me, “e ma con te non si può parlare!”.

Ma spesso, e più genericamente, da questa mancanza di empatia mi sento minacciata.

D’altro canto ci sono quelli che se la prendono davvero comoda, che tra un concetto e l’altro fanno passare una quantità di tempo in cui magari saresti andata a bere un caffè e anche tornata. Quelli…se li interrompi sono guai! Neanche proferiscono verbo, ti fulminano direttamente con lo sguardo o si schiariscono la voce per imporre il silenzio. Era così un docente di Storia all’università, e tu non potevi mai intervenire con un’osservazione o con una domanda. Davvero un’ottima interazione.

In generale, ho molto spesso la sensazione di assistere a dei monologhi simultanei. Situazioni in cui ognuno segue un suo personale esclusivo percorso e da ciò che dice l’altro non vuole neanche essere sfiorato.

[Edouard Boubat, Remi ecoutant la mer, 1995]

Non è solo incapacità di ascolto o mania di protagonismo, mi dico, ci sarà dell’altro... Alla conversazione si affidano gli istinti e si vede subito se chi hai di fronte è davvero interessato al tuo punto di vista o se l’unico interesse è quello narcisistico di parlare di sé.

La capacità di ascolto non è contagiosa come l’influenza, eppure tutti se la attribuiscono! Io non so come si misura. Su me stessa, ho forti dubbi…Potrei dire che non sono brava ad ascoltare, perché non so stare ferma per troppo tempo e spesso mi spazientisco ecco, mi piace tanto stare in ascolto ma questo non significa che sia brava a farlo. Perciò mi chiedo… come fa chi se ne dice dotato a stabilirlo?

18 ottobre 2010

cose inammissibili

Lo scorso fine settimana sono andata ad un incontro al parco di Ottobre in poesia. La prima giornata d’autunno dopo giorni di mare. La furia del vento e il cielo nero sembravano suggerire di barricarsi in casa, ma la poesia sfida pure il maltempo e chissenefrega del traffico impazzito. Una volta raggiunto il parco…un’altra giornata. Il vento, che sembrava il dazio da pagare per il tragitto, solo un ricordo, e un sole primaverile baciava i versi sparsi qua e là. Ebbene, dentro questo quadro impressionista, tra tutti i versi che ho potuto ascoltare, quelli che mi sono rimasti dentro sono del poeta americano Richard Tillinghast. A leggere magnificamente questa poesia che riporto è stato il suo traduttore.

Non è ammissibile
di Richard Tillinghast
(traduzione di Fabio Barcellandi)

La carne in scatola non è ammissibile, il concentrato di pomodoro non è ammissibile
i vestiti non sono ammissibili, le scarpe non sono ammissibili, i quaderni non sono ammissibili.
Tutto questo sarà conservato nei nostri magazzini a Kerem Shalom
fino a nuovo avviso.
Banane, mele e cachi sono invece ammessi a Gaza,
pesche e datteri, e ora anche la pasta
(dopo la visita del senatore americano).
Questi sono vitali per il sostentamento quotidiano.

Ma niente albicocche, niente prugne, niente uva, niente avocado, niente marmellata.
Questi sono lussi e non sono ammissibili.
La carta per i libri di testo non è ammissibile.
I terroristi potrebbero usarla per stampare materiale sedizioso.
E perché poi avreste bisogno di libri di testo
ora che le vostre scuole non sono che macerie?
L’acciaio non è ammissibile, i materiali da costruzione non sono ammissibili, i tubi di plastica non sono ammissibili.
Questi i terroristi potrebbero utilizzarli per lanciare razzi
contro di noi.

Zucche e carote potete averle, ma nessuna prelibatezza,
niente ciliegie, niente melograni, niente angurie, niente cipolle,
niente cioccolato.

Abbiamo una lista di tre dozzine di articoli che sono ammessi,
ma non siamo obbligati a rivelarne il contenuto.
Questa è la decisione presa
dal Colonnello Levi, dal Colonnello Rosenzweig, e dal Colonnello Segal.

Il nostro motto è:
’Nessuna prosperità, niente sviluppo, nessuna crisi umanitaria.'

Potete pescare nel Mediterraneo,
ma soltanto entro tre chilometri dalla costa.
Oltre questa distanza apriremo il fuoco.
È un vero peccato che le acque siano inquinate
venti milioni di litri di liquami scaricati in mare ogni giorno
è la cifra confermata.
I nostri razzi hanno colpito gli impianti di depurazione,
e a questo punto i pezzi di ricambio per ripararli non sono ammissibili.

Finché Hamas ci minaccia,
il cemento non è ammissibile, il vetro non è ammissibile, le apparecchiature mediche non sono ammissibili.
Vi teniamo d’occhio dai nostri troni senza pilota
mentre cucinate i vostri miseri pasti sui fuochi all’aperto
e mentre dormite
fra le rovine di case distrutte dai colpi dei cannoni.

E se i vostri figli non riescono a dormire,
mancando loro i fratelli uccisi nelle nostre incursioni,
o urlano di notte, o bagnano il letto
nelle vostre tende di fortuna per rifugiati,
o gridano, per il dolore dei loro arti amputati -
questo è il prezzo da pagare per aver nutrito terroristi.

Dio ci ha dato questa terra.
Una terra senza popolo per un popolo senza terra.

Per ricordare i bambini di Gaza ho fisse nella mente (e nel cuore, si) le bellissime foto di Alice.

16 ottobre 2010

un pensiero...




per Maricica e per tutte le donne vittime della furia degli uomini

8 ottobre 2010

sogno e incontro

Quando una persona ci sta a cuore è il suo bene che desideriamo, ed è commovente questo moto dell’anima, questa cosa che nasce dalle viscere e si manifesta come crede.
E così, sicuramente evocata da un pensiero costante, una scrittrice che mi sta tanto a cuore è venuta a trovarmi in sogno. C’erano parole grandi che non riuscivo a pronunciare. E c’erano silenzi così ingombranti che tutta la casa e lo spazio circostante non potevano bastare. Il mio sogno si svolgeva qui (e dove posso figurarmi se no?), ricordo alcune piante, ricordo che mi domandavo se i giacinti acquatici le sarebbero piaciuti, ricordo che mi preoccupavo che fosse tutto in ordine.

C’era lei, ed era giovane ringiovanita e rinvigorita, avvicinava a se una rosa rossa per ammirarne meglio il colore. Era una rosa rossa tutta stortignaccola, come me, e in lei perciò mi sono identificata. Non perché volessi essere ammirata meglio, volevo essere sentita. Presente. Vicina. Presente fino a far male. Però lei c’era e questo, nel sogno, era l’unico pensiero lucido che mi confortava. Sentivo che dovevo essere sopra ogni cosa grata per quello sforzo di mostrarsi, di far capolino, qui nel mio fazzoletto di terra..

Il mio sogno aveva nostalgia ed era vivo come la mia speranza cocciuta, intenso come la luce che mi ha risvegliata, questa luce d’ottobre che mi piace tanto


disegno: ©Arnicamontana

1 ottobre 2010

signori ricchi

Durante la mia turbolenta giovinezza ho lavorato, per mantenermi agli studi, alle dipendenze di alcuni esemplari di “ricchi della costa smeralda”.

Ero giovane e piuttosto battagliera. Ma mi trovavo ad ingoiare più o meno di tutto, non solo perché l’autonomia economica era il punto d’orgoglio della mia generazione, ma soprattutto perché lavorare significava poter studiare. Non sono nata in una famiglia benestante e, dopo le scuole obbligatorie, lo studio non sarebbe stato un diritto garantito. Ingoiavo quello che la mia immensa rabbia poteva permettersi, mandavo giù umiliazioni e sbeffeggiamenti, sempre fino a un certo punto.

Così, fatte ovviamente le dovute distinzioni, ho sviluppato, e credo a ragion veduta, un’insopprimibile intolleranza verso i signori ricchi.

Una famiglia di milanesi pretendeva di istruirmi sulla flora della mia isola, e addirittura un giorno la “signora” ha affermato solennemente di fronte ai suoi ospiti che “i sardi non conoscono il basilico”, mentre lei continuava a scambiare una pianta di timo per origano.


Un giovane rampante, appartenente ad una facoltosissima famiglia romana, mi aveva chiesto se noi in Sardegna conoscevamo il gioco del calcio. Tipo Zulu, no?

Lo scudetto gloriosamente vinto dal Cagliari nel ’70 non l’aveva neanche sfiorato e, non solo per questo frangente, i miei ricordi di questi signori ricchi sono associati ad un grado di ignoranza delle cose…sconvolgente.


L’elegante (e tristissima) “signora” del Trentino pretendeva che per una cena con personaggi famosi mi trasformassi nell’immagine stereotipata della cameriera indossando grembiule e crestina in pizzo intonata…Quella volta l’ho mandata a quel paese e sono andata a dormire in spiaggia sola, infreddolita e impaurita.


Quando mia madre provava a chiamarmi, pagavo care quelle due parole scambiate col nodo alla gola della nostalgia. Trovavano sempre il modo di far scontare il minimo attimo di intimità concesso alla serva.


Spesso i signori ricchi si attardavano con gli ospiti ascoltando a manetta Julio Iglesias. Mentre io, nella mia celletta, distruttissima dal superlavoro, tentavo inutilmente di dormire.


Ho molti ricordi conservati ben bene nella mia mente, non so a far cosa, non so perché continuino ad ingombrare, ad occupare spazio che potrebbe essere occupato mille volte meglio.

Ma le umiliazioni non si cancellano, col tempo forse riesci a prenderne le distanze…

Le persone umiliate provano spesso vergogna di se stesse per lo schifo subito, come se a loro fosse imputabile la colpa.

Io provo vergogna per l’incommensurabile grettezza di chi umilia.

Ché davvero signori si nasce!

25 settembre 2010

scongiuro

Ultima rima. Per i grandi
Scongiuro contro il nazismo futuro


Gli abbiamo detto che la rabbia non è bene
Bisogna vincerla, bisogna fare pace
Ma che essere cattivi poi conviene
Più si grida, più si offende e più si piace

Gli abbiamo detto che bisogna andare a scuola
Ma che le scappatoie sono tante

Gli abbiamo detto che tutto è intorno a loro
La vita è adesso, basta allungar la mano

Gli abbiamo detto che non c’è più lavoro
E quella mano la allungheranno invano
Gli abbiamo detto che se hai un capo griffato
Puoi baciare maschi e femmine a piacere

Gli abbiamo detto che se non sei sposato
Ci son diritti di cui non puoi godere

Gli abbiamo detto che l’aria è avvelenata
Perché tutti vanno in macchina al lavoro
Ma che la società sarà salvata
Se compreranno macchine anche loro

Gli abbiamo detto tutto, hanno capito tutto
Che il nostro mondo è splendido
Che il loro mondo è brutto
Bene: non c’è bisogno di indovini
Per sapere che arriverà il futuro
Speriamo che la rabbia dei bambini
Non ci presenti un conto troppo duro


da: Bruno Togliolini : Rime di rabbia, Salani, 2010

18 settembre 2010

scegliersi un posto

ci sono posti dove ci si sente comodi e al sicuro
quei posti ci meritano

7 settembre 2010

certe poesie

Mi sono regalata recentemente l’ultima pubblicazione di Mariangela Gualtieri che è una poetessa che amo molto, e ho capito che per me una raccolta di poesie è così: ad una prima lettura, mai ordinata, mi accosto come se aspettassi, aprendo a caso, di trovare quei versi che mi folgoreranno. Ad una prima lettura, c’è sempre, dentro una raccolta, quella che sembrerà rappresentare LA poesia. Ma a rileggere…a rileggere soprattutto in momenti diversi, i versi lanciano frecce, scuotono, fanno stare imbambolati a pensare…Quelle parole scelte e così sapientemente combinate è proprio a me che parlano. Può succedere anche con la prosa, certo, ma a me accade in special modo con la poesia e con certe poesie che sono per sempre.


In questi giorni che necessito di speranza, soprattutto della capacità di trasmetterla, mi è venuta in soccorso questa poesia.

E la lettura di questi versi, l’obbedienza del regno, ha regolato meglio il mio respiro.


Cadono comandate

le pigne. Sopra tutto si gingilla

il tempo.

Cadono le aghe dei pini quando è ora.

C’è obbedienza nel regno.

Uova schiudono piccole piume

ordinatamente il bruco

penetra nel’invitante polpa.

Circola un bene

spintona o trattiene

un volo alto sostiene

anche noi siamo parte.

[da: Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia, Einaudi, c2010]


Forse la poesia non salva la vita, però sicuramente la sostiene

31 agosto 2010

augurarsi

Qualche giorno fa, durante una chiacchierata sui tempi che corrono, un amico mi ha chiesto a bruciapelo

“Tu cosa ti auguri?”

…Lui era molto abbattuto, io molto stanca.

Avrei voluto una domanda di riserva perché ad augurarsi qualcosa si finisce col sentirsi sfacciati …

A voler esprimere auspici, amico mio, io mi auguro proprio le cose terra terra, quelle banali…Anche se quello che ti auguri, in genere, cambia come il vento in quest’isola di vento.


Con tutta me stessa mi auguro sempre, per esempio, che ci sia il senso del perdono, tra chi decide le sorti del pianeta, come tra chi si scambia errori e mancanze umane. Poiché tutti, davvero, abbiamo i nostri alibi e le nostre ragioni…

Mi auguro che le distanze si colmino, che si tenda al ricongiungimento e sempre meno alla separazione. Mi auguro che quando arriva il Generale inverno tutti abbiano un tetto sulla testa e qualcosa di caldo da mandare giù e, già che ci siamo, anche qualcuno da abbracciare per scacciare il freddo di dentro. Pure se un abbraccio a volte è più difficile da ricevere di un piatto di pasta.

Mi auguro che si arrivi a poter curare tutte le malattie, in tutte le parti del mondo. Non voglio dimenticare che in troppi paesi si muore ancora di malaria e di fame, che sono malattie curabilissime in questa parte sprecona del mondo. Non so cosa augurare a tutti quelli che sono responsabili dei mancati finanziamenti alla Ricerca, oggi la mia rabbia va a loro, ma ad augurare cose brutte non ci sono buona.


Che se cado ci sia sempre qualcuno che mi aiuti a rialzarmi. Non sono cose che si danno per scontate, queste. Allo stesso modo mi auguro di non ignorare mai una richiesta di aiuto, di non distrarmi mai così tanto.

Auguro alla mia vita di conoscere una stabilità, perché sono troppo stufa.

Mi auguro che la parola odio sparisca dal linguaggio così che neanche la mente ne tenga traccia. Mentre vorrei che l’affetto e la cura diventassero istintivi. Come qualcosa che per forza va così e non può andare in nessun altro modo.


Ci sono piccole e grandi cose che possiamo augurarci e questi che ho detto sono certo gli auguri di tutti. Meglio così.

Voglio pensare che augurarsi qualcosa sia già tendere verso il suo compimento.

22 agosto 2010

18 agosto 2010

ricci

Ho sempre saputo che il riccio è un animale crepuscolare e notturno, invece dall’inizio dell’estate ne ho già trovati 3 e gli ultimi 2 al mattino. Un po’ scossi dall’abbaiare dei cani ma apparentemente a loro agio. I cani non si mostravano ostili, solo la piccola Didì un po’ incuriosita. Per sicurezza, ogni volta, li riparavo in giardino dove i cani non hanno accesso.

Li salvavo ma poi stavo in ansia…Le femmine, che in genere partoriscono nel periodo estivo, mandano via i maschi (forse per procacciare il cibo)…io avevo paura di aver imprigionato il maschio e che magari la femmina stava lì con i piccolini ad aspettarne il ritorno.

Ma a volte vai a vedere la qualità delle informazioni che andiamo raccogliendo…Mi documentavo, leggevo notizie sempre diverse, da libro a libro, da un sito ad un altro, chi sosteneva che il riccio non scava e non si arrampica e chi affermava il contrario. Ho letto da qualche parte che sono attratti dalle crocchette per i cani e che ne sono ghiotti, e questo penso sia il motivo per cui si avvicinano così tanto alla casa. Ma soprattutto ho scoperto che talvolta si arrampicano eccome! Un vecchio contadino mi ha raccontato di averlo visto coi suoi occhi non solo salire sull’albero di mele ma prendere i frutti con gli aculei!!! :-))))

Cosa darei per vedere una scena del genere!

Notizia molto rassicurante, non ho separato nessuna famiglia ma anzi, d’ora in poi sogno caldi (e spinosi) ricongiungimenti.

Se non fossi stata così ignorante mi sarei risparmiata pensieri d’ansia per i ricci in giardino!

bellissimo quel musetto che mentre facevo la foto si muoveva ad annusare le crocchette!

13 agosto 2010

mese antipatico

Agosto non mi è mai piaciuto particolarmente. Quando poi ho capito che non sarebbero tornati i lunghi campeggi di vita selvaggia, ho cominciato a patirlo.

L’estate mi piace, ma questo mese di sospensione, dove tutto sembra fermarsi, tranne le invasioni barbariche, questo mese in cui se ti si rompe qualcosa puoi vedere arrivare la tua disperazione al culmine della sua potenza, mi è nemico.

Tutto chiuso. Tutti in ferie. Tutti fuori.

Esodo e controesodo tuonano implacabili da radio e tv come ogni estate.

Ovunque, nelle strade deserte della città, il minaccioso cartellino che indica la chiusura da…a…

Per chi è affetto da sindrome di continuità (esisterà di sicuro) è un bel dramma.

Chi resta…a casa, in città, in campagna, in collina, al mare…chi resta dove sta tutto il resto dell’anno deve quasi abituarsi a non esistere, e si sente più solo della particella di sodio di quell’acqua lì. Chi resta deve organizzarsi come se ugualmente dovesse partire….Non si sa mai…

I forzati del lavoro lavorano.

E gli sbarchi sulle coste ci sono lo stesso, anche sotto cieli di stelle cadenti che ascoltano desideri impossibili. Continuano le violenze ai danni delle donne e continuano (o aumentano a dismisura in questo mese?) gli idioti alla guida che pensano di vivere dentro un video-game.

Agosto per me è nemico. Lui lo sa e me l’ha sempre fatta pagare. Ci siamo reciprocamente antipatici. Per tentare di trovare la nota positiva in ogni cosa mi dico che, come di un boccone da ingoiare per forza, ne ho già mandato giù la metà!


[…] Ma la giornata mi aveva già chiamato. E cosa faccio,

vado? Smanioso azzurro che vuole essere

occupato. Ma a occupare il giorno

non abbastanza voluminosa sono,

alla piccola sera mi dispongo

a un più modesto compito.

Però, le baldanzose nuvole che avanzano!


[da Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi, c2006]

6 agosto 2010

certe case

Di ritorno da un giro lungo la costa occidentale della mia isola, ho voluto fare tappa a Ghilarza per visitare la casa di Antonio Gramsci.

Certe case ti restano dentro come chi le ha abitate, e a volte ti raccontano più delle persone stesse…


E’ una casetta piccola e umile, sebbene per l’epoca la casa di persone benestanti.

A fare da guida, un giovane studente molto ben documentato, entusiasta e disponibilissimo.


Si rimane incantati ad osservare la lucidità intellettuale con cui Gramsci, da recluso, redigeva anche solo le bozze del piano della sua opera, da quella grafia ordinata e chiara, oltre che ovviamente dalla sua integrità e coerenza. Nel cortile, è stato possibile reimpiantare la stessa vegetazione, negli stessi identici punti, grazie alle dettagliatissime descrizioni che Gramsci ha lasciato.


Durante la visita guidata ero emozionata e incuriosita, rivolgevo domande alla guida e mi soffermavo su ogni dettaglio. Poi…quando sono andata via, è calato un silenzio sordo dentro di me.

Gramsci avrebbe finito la sua pena il 21 aprile del 1937 ma non conobbe neanche un giorno di libertà, patì in una clinica per 6 giorni fino alla morte. Era molto malato, si sa…però non ho potuto fare a meno di angustiarmi e fissarmi sul fatto che non abbia potuto conoscere un solo giorno di libertà, niente.

Il 27 aprile la sua famiglia attende il suo rientro in Sardegna e quella stessa sera Gramsci muore.

Il ragazzo che faceva da guida ci ha detto che su 40 visitatori, quel giorno, noi eravamo stati gli unici italiani.



26 luglio 2010

sorrisi

alcuni sorrisi di... buona estate!

sorrisi sulla sabbia...ai passanti accaldati


sorriso di gazanie

19 luglio 2010

14 luglio 2010

le sere d'estate

L’estate, si sa, è fatta per divertirsi, per le cose frivole e leggere, mentre per tutto il resto dell’anno possiamo incupirci quanto basta.


Vivo l’estate come l’ennesima dimostrazione del mio disadattamento, c’è poco da fare.

“Eh ma l’estate è fatta per vivere!”

E perché, prima e dopo si può morire?

“Se non esci d’estate, la sera che è bellissima, quando esci?”

E ma io non mi reggo in piedi…sono un po’ debole….e, davvero, come diceva Albanese, scusa…veramente scusa!

Un altro po’ e devo sentirmi in colpa perché non parto, perché non “vivo la notte”, persino perché non amo il gelato! E poi? Per fortuna mi piace il mare se no sarei finita.

Disadattata, sì, ma amante della poesia, e che poesia potrà mai esserci in una piazza o in un locale affollati di sconosciuti vocianti?

Le sere d’estate sono bellissime, è vero. Ma nella propria dimensione, a ciascuno la sua. Sapessi, giudicante, quanto sono belle e magiche le sere d’estate in campagna!

Sono antipatica, lo so, come tutti i disadattati.


Mia mamma, che ha 86 anni, è andata a sentire un concerto all’aperto e mi ha riportato questa impressione

“ad ascoltare la musica e guardare le stelle…ti sembrava di essere lì, con loro!”

Non è poetica?

9 luglio 2010

mejo...sto bene da solo



Il bar della rabbia


Quanno un giudice punta er dito contro un
povero fesso nella mano strigne artre tre dita
che indicano se stesso.
A me arzà un dito pe esse diverso
me fa più fatica che spostà tutto l’Universo.
So na montagna... se Maometto nun viene...
mejo... sto bene da solo, er proverbio era
sbajato. So l’odore de tappo der vino che
hanno rimannato ndietro so i calli sulle
ginocchia di chi ha pregato tanto e nun ha mai
avuto e ce vo fegato... ahia...
So come er vento... vado ndo me va...
vado ndo me va ma sto sempre qua.

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia e
più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

So er giro a voto dell’anello cascato ar dito
della sposa che poi l’ha raccorto e me l’ha
tirato e io je ho detto: mejo... sto bene da
solo... Senza mogli e senza buoi
e se me libero pure dei paesi tuoi sto a
cavallo... e se me gira faccio fori pure er
cavallo tanto vado a vino mica a cavallo.

So er buco nero der dente cascato ar soriso
dela fortuna e la cosa più sfortunata e
pericolosa che mè capitata nella vita è la
vita, che una vorta che nasci, giri... conosci...
intrallazzi... ma dalla vita vivo nunne esci...
uno solo ce l’ha fatta... ma era raccomannato...
Io invece nun c’ho nessuno che me spigne
mejo...n se sa mai... visti i tempi!

Ma se rinasco me vojo reincarnà in me stesso
co la promessa de famme fa più sesso
e prego lo spirito santo der vino dannata
di mettermi a venne i fiori pe la strada
che vojo regalà na rosa a tutte le donne che
nun me lhanno data come a dì: tiè che na so
fa na serenata!
E brindo a chi è come me
ar bar della rabbia o della Arabia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

Ma mò che viene sera e cè il tramonto
io nun me guardo ndietro... guardo er vento.
Quattro ragazzini hanno fatto n’astronave con
npò de spazzatura vicino ai secchioni, sotto
le mura dove dietro nun se vede e cè n’aria
scura scura.
Ma guarda te co quanta cura
se fanno la fantasia de st’avventura
Me mozzico le labbra
me cullo che me tremano le gambe de paura
poi me fermo e penso:
però che bella sta bella fregatura...

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.


* il testo è preso da internet


2 luglio 2010

attrazione celeste

Qualche volta rileggere un libro finisce per essere un modo per ripercorrersi, per ritrovare le emozioni e i pensieri di quelli che eravamo, che siamo stati…Mi sento sempre indietro con i titoli che si impilano sui tavoli, un po’ perché come diceva Massimo Troisi “loro sono tanti a scrivere e io sono solo a leggere”, e un po’ perché mi lascio tentare dalle riletture.

Quest’anno ho riletto alcuni libri di Erri De Luca che, ci ho fatto caso solo ora, credo abbia sempre scritto libri sottili, mai un volumone.

E credo che questo non sia un caso.

E’ uno scrittore che seguo, mi piace il suo stile asciutto e poetico e spesso tenero. Narratore e poeta.

M piace che, studiando l’ebraico antico, faccia colazione con le Sacre scritture. Mi piace persino il suo viso scavato e le sue mani nodose che albero me lo fanno sembrare. Quest’idea mi sono costruita da molto tempo di lui. Un albero.

Poi, per una bellissima coincidenza, lo scorso aprile sono andata ad un incontro con lui nel giorno della festa del libro, un incontro dal titolo La forza delle parole…Tra le tante cose ha raccontato un episodio della Bibbia in cui il Titolare (così chiama Gesù) compie uno dei suoi miracoli ridando la vista ad un cieco. Il cieco come prima cosa vede gli uomini ed esclama “chissà che mi credevo…tanti alberi che camminano…”.

Credo che la scrittura di Erri De Luca vada all’essenza delle cose, con la semplicità e l’umiltà di chi si veste di silenzi solitari. Nel suo primo romanzo, Non ora non qui, racconta della sua infanzia e anche della sua balbuzie, e questo difetto patito penso gli abbia insegnato a ponderare, ad usare e non abusare le parole. Oltre che per esserne stato nauseato, come tutti forse.

Ci sono anche i silenzi nelle sue pagine, a me pare di sentirli.

L’estate scorsa l’ho visto in TV, in una tendopoli nell’Abruzzo martoriato, conversare intorno ad un verso di Marina Cvetaeva

Oltre l'attrazione terrestre esiste l'attrazione celeste

l’ho sentito spiegarla questa forza contraria a quella di gravità, quella che viene dal basso e si leva verso l’alto. La forza degli alberi, delle preghiere, delle montagne, delle maree…

Io ho anche pensato chissà perché la felicità tende verso l’alto e la tristezza verso il basso…

Se fossimo capaci di impararla questa forza che innalza!

Potremmo noi stessi elevarci al di sopra della nostra misera condizione, che ci fa vedere i limiti e quasi mai gli orizzonti estesi…

22 giugno 2010

come quando

Tania e Zac in giardino


come quando il pensiero di una persona cara si
accomoda sul nostro cuore e noi ne siamo contenti