10 febbraio 2016

...perdonare...



E’ stato il caso oppure l’inconscio a farmi imbattere in un libro sul perdono scritto nel 2004 da Richard Holloway, ex vescovo di Edimburgo che a me è parso come una specie di Don Gallo anglicano.
Sono cresciuta, come tanti, in una cultura profondamente cattolica e mi sono interrogata spesso su alcuni concetti o predisposizioni dell’animo umano che forse non erano propriamente monopolio della Chiesa. Ecco, il perdono è tra questi. Il saggio è molto interessante per le incursioni nella filosofia, nella psicanalisi, nei testi sacri e nell’attualità. Soprattutto, mi risponde in maniera esaustiva laddove puntualizza e spiega molto bene la differenza tra religioni e istituzioni religiose. Prende in esame il concetto di “religione senza religione” espresso da Jacques Derrida e analizza alcune virtù, doti o sentimenti che non necessariamente sono riconducibili ad una appartenenza religiosa. Le Istituzioni religiose si sono arrogate il potere di veicolare alcuni sentimenti, come se da esse fossero scaturiti. Ma l’umanità, dove esiste, è una prerogativa dell’uomo. Non di una religione.
Se scollegati da ogni Istituzione, indulgenza e perdono sono atti profondamente intimi, cui si può scegliere di tendere oppure no. Non sono una persona rancorosa, dunque non credevo che un saggio sul perdono mi riguardasse o mi fosse anche solo utile. Sono caduta di fronte alla mia ignoranza, mi sono sbagliata. Intanto perché questa lettura ha fatto compagnia alle mie tristezze, e mi ha portato a riflessioni importanti per il mio percorso…
Poi, perché il perdono non è pensato solo verso gli altri, verso chi ci ha offesi, feriti, danneggiati ; l’indulgenza e il perdono delle proprie mancanze, di quelle parole pronunciate che sono diventate pietre per chi le ha raccolte… Più in generale, del male che possiamo aver fatto. Consapevoli o no.
Imparare l’indulgenza verso se stessi è un investimento, aiuta l’analisi della nostra vita e un po’ ci migliora.
Benché scritto da un teologo, il saggio soddisfa la mia impostazione laica e non mi sembra avere intenti moraleggianti. Si legge che perdonare non è imperativo, che si può comprendere e accettare chi non intende farlo… è umano. Perdonare però non significa dimenticare.
L’aveva espresso molto chiaramente Hanna Arendt… si può condannare per tutta la vita un’azione ma arrivare a perdonare chi l’ha commessa.
Quanto può risultarci inaccettabile questa prospettiva! Anche solo a sfogliare gli orrori, le atrocità, l’abominio di cui l’uomo è stato (ed è!) capace. Se ci soffermiamo su alcune ferite che ci sono state inferte e che per sempre ci hanno marchiati.
Sulle offese incancellabili.

C’è solo il perdono, se esiste, dove c’è l’imperdonabile [J. Derrida]

L’essenza del libro è riassunta bene in quarta di copertina:

“[…] La grazia del perdono incondizionato, che non aspetta il pentimento di chi ci ha offeso per elargire il suo dono, è il culmine della comprensione dell’altro e del mondo: non va annacquata, non va risolta in benevolenza generica. Essa accade, come la poesia.
Proprio la sua mancanza di ragioni, e se vogliamo la sua follia, è la risposta salvifica all’irrazionalità del male.”
Non è che ho bisogno di crederci, è che mi convince abbastanza l’idea del perdono (che tende al bene) contrapposto alla vendetta e al rancore corrosivo (che immobilizzano e tendono al male).

7 commenti:

Emilia de Rienzo ha detto...

Quante cose belle e profonde hai scritto, cara amica. Ti sento così vicina, quando ti leggo e rimpiango solo di non potermi sedere accanto a te a chiacchierare. So che starei bene. Ma mi accontento di leggerti qui. Trovo assolutamente giusto quello che dici. Perdonare fa prima di tutto bene a se stessi anche chi ti ha ferito. Non è il perdono di maniera che ti predicavano in chiesa, è qualcosa di molto profondo, qualcosa che ti cambia dentro. Grazie di questo tuo post. Continua a scriverci. Fai del bene a chi ti legge.

arnicamontana ha detto...

Cara Emilia, scusami per il ritardo, non voglio dimenticare mai di ringraziarti per la tua generosa considerazione. Magari quando tu torni in Sardegna, oppure se un giorno io capito nella tua città possiamo incontrarci e chiacchierare quanto ci va... Solo che non saprei come avvisarti visto che non c'è un indirizzo a cui scriverti sul blog ;-)
Ti abbraccio come se fossi qui

romeo sciommeri ha detto...

Bel post. Ben scritto, e i contenuti sono assai stimolanti. Alcune cose le ho subito condivise - per esempio l'appropriazione da parte della chiesa di possibilità psichiche della specie homo sapiens che la rendono umana - e meno male, che nell'insieme...- per esempio la compassione, irrazionale, gratuita, istintiva, di chi potrebbe infierire su un animale o un altro essere umano e non lo fa, di chi potrebbe girarsi dall'altra parte davanti a un animale o essere umano in difficoltà e non lo fa, e interviene soccorrendo, salvando, togliendo l'animale o la persona dalla difficile situazione in cui si trova - e questo lo fa spinto da un sentimento incomprensibile perché senza nessun calcolo, senza nessun ragionamento, senza nessun comandamento morale o religioso che glielo suggerisca o che glielo comandi: lo fa spinto da un sentimento forte che lo prende, un sentimento che può essere chiamato compassione, pietà, pena per una sofferenza non di se stesso ma di un altro, animale o essere umano che sia - Schopenhauer riteneva che chi è privo di compassione per gli animali, chi è privo di rispetto per loro, è anche incapace di vero rispetto e di vera compassione per gli esseri umani - riteneva anche che la compassione così intesa, cioè capacità istintiva di partecipazione immediata alle gioie e ai dolori di animali e altri esseri umani, è la madre di ogni forma di amore (come si può considerare il perdono), anche se questa qualità umana si presenta solo qua e là imprevedibilmente in un mondo dominato dall'egoismo, ma la possibilità della compassione l'essere umano ce l'ha per sua natura - e Capitini, a proposito dell'indifferenza tipicamente occidentale e cristiana verso gli animali, pensava che fin quando non la smetteremo di torturare e uccidere gli animali continueremo anche a torturare e uccidere altri esseri umani.
Mi sta venendo lungo, questo commento, scusami, e starei solo all'inizio di quello che volevo dirti. Allora vado telegrafico e ometto.
Non tutto è perdonabile, per esempio quando c'è la possibilità della reiterazione di crimini orrendi da parte di individui della specie homo sapiens che di umano non hanno più l'essenziale, cioè Psiche, il complesso di capacità intellettive e affettive che seppur nell'imperfezione tipica della nostra specie mentengono umano l'essere - in alcuni Psiche è morta, sono tecnicamente capaci di muoversi tra gli altri ma non hanno più sentimenti, e allora lì c'è l'imperdonabile, e non solo in chi dovrebbe ricevere il perdono ma ne è incapace ma anche in chi pensa di poter perdonare e rientrerebbe così egli stesso in una imperdonabile e pericolosa cecità - da quelli in cui Psiche è morta occorre solo difendersi e metterli in condizione di non più nuocere.
Dimensione completamente diversa è invece quella della crudeltà di cui siamo capaci verso noi stessi nel giudicarci e punirci per errori che saremmo subito pronti a comprendere e perdonare negli altri - ed è difficile arrivare a fermare la mano crudele del giudice interno che chissà in nome di quali autorità si permette tanta immotivata severità.

arnicamontana ha detto...

Romeo, il punto cruciale è proprio quel perdono esteso ai "senzaPsiche"... impensabile, direi. Ugualmente considero che non di rado "mettere qualcuno in grado di non nuocere" ha scatenato altre guerre e vendette.
Ciò detto, anche per me esiste l'imperdonabile.

L'analisi che fai mi trova d'accordo, come l'equazione animale-umano. La compassione, come il perdono che nel libro sono suggeriti come pratica, sono espressione di un sentire l'altro che nasce spontaneo, istintivo, naturale...
E' merce sempre più rara, cose per le quali occorrerebbe essere ri-educati sentimentalmente.
Grazie del commento. Menomale che questa volta ho scritto bene ;-P

guglielmo ha detto...

Arduo, tutto. Forse si può provare, ma ... chi lo sa se funziona... siamo pieni zeppi di illusioni e le disillusioni ci sommergono.
ciao
g

arnicamontana ha detto...

:-O
accidenti guglielmo! avevo proprio bisogno di questa botta di ottimismo... "chi lo sa se funziona"? sicuramente nessuno, se neanche ci prova. Pare uno slogan ma, per me, anche S'Ardia è ardua! Eppure, al contrario di me, ti appassiona.
Troppa disillusione fa male, forse...

silvia ha detto...

Argomento molto interessante.
Per parte mia, posso anche perdonare, ma dimenticare ... Quello mai!