15 gennaio 2016

i giorni prestati



Gli inverni erano davvero molto duri quando eravamo piccoli, ricordo nevicate mai più riviste e ricordo le stalagmiti sull’uscio delle case. Nella povertà della nostra casa capitava che, stretti stretti gli uni alle altre, ci lamentassimo del freddo, seduti intorno al braciere che diventava una divinità da adorare. Verso la fine di gennaio mia madre ci raccontava di una storia antica, che riguardava due pastori confinanti, e questa storia lei l’aveva sentita da sua madre e da sua nonna. Verosimilmente modificata come accade alle storie tramandate oralmente, così era arrivata alle orecchie di mia madre.
Gli ultimi tre giorni di gennaio (che poi corrispondono ai giorni della merla), raccontava mia madre, erano i più freddi dell’anno per un motivo ben preciso:
Si diceva che gennaio, per conto di un pastore molto invidioso del pascolo del vicino, avesse chiesto tre giorni in prestito a febbraio per poter fare vento e neve sul terreno del vicino, così da rovinargli il raccolto e indurlo alla miseria.
Febbraio acconsentì e, per questo, febbraio è il mese più corto.
Una vera e propria invettiva, una feroce bestemmia. Che tuttavia non sembrava restare impressa per la sua cruda cattiveria, non so cosa pensassero i miei fratelli e le mie sorelle… io me ne stavo con quell’incanto di un mese che presta due giorni ad un altro e tanto mi bastava.
Anche adolescente… ricordo momenti freddi e bui in cui andavo a comprare il latte appena munto da una vicina che tanto vicina non era… mi capitava di rabbrividire con la faccia sferzata dal vento e di pensare “ eh già… sono i giorni dati in prestito”. Come se la cosa fosse reale.
Forse è inevitabile in quelle comunità antiche in cui il sacro e il profano ancora si mischiano, e del sacro il più delle volte se ne infischiano.
Ogni Regione ha le sue storie e leggende, io a questa della mia isola ci sono affezionata. E per tutta la vita ho osservato il clima di quegli ultimi giorni del mese.
Come tante cose della Natura ormai stravolte, chissà se le condizioni climatiche sempre più preoccupanti seppelliranno anche questa storia. Che non è una bella storia, lo so. Però a me piace conservarla. Mentre continuo a preoccuparmi per il clima… e a patire il freddo come se mi trovassi in Siberia.

7 commenti:

emilia ha detto...

Quei racconti avevano il sapore della magia, di una magia che a volte poteva essere crudele, ma che comunque ci faceva credere che qualcosa si muovesse al di là della ragione. Ti facevano paura o ti aiutavano contro la paura. Anche io amavo queste atmosfere. Anche a me piace conservarle.
Un abbraccio Emilia

arnicamontana ha detto...

ciao Emilia, a volte facevano una paura ingigantita pure dal mistero... e a volte si, aiutavano. Ma alcune magie, forse nell'animo bambino, erano belle anche solo per la meraviglia. Ti abbraccio anch'io. Grazie del passaggio

Sabina_K ha detto...

Erano storie che inducevano a riflettere sui sentimenti, compresi quelli più negativi. Il racconto della cattiveria, della spietatezza, filtrato attraverso il mondo delle favole e delle leggende, ci aiutava a prendere in considerazione il lato oscuro e a sperare nella nostra capacità di contrastarlo.

romeo sciommeri ha detto...

Spietato è il freddo, se fosse effetto di una volontà che potesse decidere altrimenti - spietata sarebbe quella volontà che, invece di farci vivere per tutto il nostro tempo in una primavera o sia pure quattro stagioni ma in cui il caldo massimo è un tepore estivo e il freddo massimo è un fresco invernale, ci fa soffrire di freddo e di caldo fino a poterne morire se non ci ripariamo in qualche modo. Dico caldo e freddo, ma il peggiore, il più cattivo è il freddo - spietato soprattutto con i poveri.
Ero giovane assai quando mi informai per la prima volta se sulla Terra esistono posti dove per tutto l'anno c'è un clima gradevolmente vivibile. Sì, mi hanno detto, e mi hanno detto anche quali. Da allora, di anno in anno d'inverno mi riprometto a volte appena vagamente a volte con una puntina di attenzione pratica di trasferirmi in uno di quei posti, ma so che non lo farò mai, da solo: dovrebbero venire con me tante di quelle persone di cui non potrei fare a meno che in realtà sarei io ad andare insieme a loro in uno di quei posti paradisiaci - sarei costretto, e che? rimango qui senza di loro? col freddo, poi? no, no, sempre, come dici tu, stretti gli uni alle altre. Non gli uni agli altri: gli uni alle altre, è molto meglio. :-)
Ciao Arnica. Ma tu ci verresti in uno di quei posti? Con tutti quelli che senti indispensabili alla tua felicità, s'intende. E ciascuno di loro con tutti quelli che... Mmm... Finisce che non c'entriamo, tutti. Meglio non fare ingiustizie. Restiamo qui. Almeno per quest'anno.

arnicamontana ha detto...

ahahahahah Romeo!!
come te nessuno mai :-)
Sì, ci verrei con te in quella specie di Arca di Noè che ti sei immaginato... Però io imparo a non avere zavorre, verrei col mio peso. Ma hai ragione... almeno per quest'anno, restiamo qui. si sa mai ;-)

Sabina, certo... è così, e lo abbiamo capito "da grandi"

Carlo Calati ha detto...

invece è una bella storia perchè la favola contiene una spiegazione (favolistica, ovviamente) che accontenta il bisogno di "razionalità magica" dei bambini.
massimolegnani

Arnicamontana ha detto...

ciao massimo, ho scritto che non è una bella storia perché razionalmente (e col senno di poi) non è esattamente una bella cosa augurare una tale avversità. Ma hai ragione, "accontenta" dà il giusto senso, ed è quello che mi porto dietro quando attingo a ricordi bambini. Mia madre ci raccontava tante storielle popolari, ma devo dire che il più grande esempio di tradizione orale cui abbia assistito è l'Odissea che mia nonna declamava in sardo. Sono stata una bambina "incantata" :-)
grazie del commento