13 ottobre 2015

Le figure che curano. Viaggio nell'abisso 1



Chi, per professione, sceglie di prendersi cura della mente umana dovrebbe fare molta strada, scendere nelle profondità più recondite, attraversarle e sentirle su di sé.
Di abisso deve vestirsi.
Chi mi sta di fronte, nell’avvincendarsi di persone sempre diverse, qualche volta segue la strana via del sospetto. Sei veramente quello che pensi e dici di essere? Come se mi fossi autodiagnosticata.
Sono troppo lucida… e penso
A chi giova questo sospetto? Non a chi è lì per essere curato/a. Che, casomai, necessiterebbe di accoglienza prima, e in definitiva di fiducia. Non parliamo di comprensione! Quella sembra risultare un lusso. Non sei lì per essere capita (che pretese!). Sei lì per essere curata.
Allora succede che chi fa fatica a credersi malato/a si ritrae, pensa che forse è così, che la malattia non esiste, l’ha detto persino una specialista!
Come non comprendere chi arretra e rinuncia? Come dare torto a chi è costretto a peregrinare dentro strutture, a cambiare stanze, corridoi, e poi scale, edificio…
Anche sapere di dover varcare sempre la stessa porta può costituire un’utile e rassicurante certezza.

[La mia rabbia si fa montagna quando il pensiero si fissa su questo interrogativo… Chi è responsabile delle anime erranti che smettono di curarsi e finiscono alla deriva?]

E l’umanità dolente… sembra essersi concentrata tutta lì!
Allora fai un respiro profondo. Ti siedi. Fai appello a tutta la razionalità di cui sei capace, non serve la sensibilità…anzi! Quella magari lasciala fuori dalla porta, ché può tirare scherzi mancini, può fare casino, creare equivoci equivoci equivoci….
All’inizio cerchi di leggere, non è un’ideona. Giocherelli con lo smartphone, cerchi un appiglio…Magari un contatto con chi sta-là-fuori…
Ma niente. All’improvviso un ragazzo gonfio e inebetito da (troppi o sbagliati) psicofarmaci si alza di scatto. Un tremore attraversa il mio corpo, mi spavento. Mi sento minuscola e tutta occhi.
Alzandosi, perde il cellulare che va a finire in tanti pezzi sul pavimento, in ogni centimetro calpestabile. Panico. Si avvicina una ragazza dai capelli lunghi, occhiaia profonde, sguardo perso… Cerca di aiutarlo a ri-assemblare i pezzi e ci riesce. Osservo con totale partecipazione. Poi, a quel ragazzo, riesco ad essergli utile anch’io prima che sparisca chissà dove.
Ore. Ore. Ore. Attese che non so sostenere. Ho bisogno d’aria e potrei uscire sul piazzale, ma poi magari perdo una delle persone che ogni tanto transitano nella sala, quelle preposte a dare informazioni. Devi beccarle al volo, prima che spariscano come attirate da invisibili magneti. Mi rendo conto che Tutti abbiamo qualcosa da chiedere. Tutti forse abbiamo un appuntamento che potrebbe vedere allungare i tempi di attesa di chissà quanto. Non ci è dato sapere.
Ogni volta che i miei passi si muovono là dentro vorrebbero scappare via. Ogni volta in un dialogo serrato tra me e me dico “non lo auguro a nessuno”.
Almeno, io non ci riesco. E tantomeno, credo, i miei compagni d’attesa. Intravvedo spesso l’umile sudditanza tra medico e paziente, vedo persone a capo chino che dicono sì sì sì… quasi incredule che qualcuno possa ancora aiutarle. Vedo corpi stanchi che non possono permettersi uno scatto di impazienza, menti anestetizzate, sguardi che mai e poi mai metterebbero in discussione parole proferite da chi indossa un camice.
Qualunque grado rivesta.
E’ appena uno spaccato, mi dico ogni volta, cercando di “uscire da me”, di guardare dal di fuori, come se non mi riguardasse, cercando di non cadere nel tragico. Quanta, quanta fatica per non scivolare nel dirupo. Quante energie per scongiurare…
Quanta compassione repressa. Ma la rabbia ancora esce, non la trattengo. Discuto ed esprimo dubbi e perplessità, tento come una formica di fronte all’elefante di far notare che c’è troppo troppo dolore inascoltato e non rispettato. Che l’empatia non può averla inghiottita la macchinetta che al mattino timbra il cartellino della presenza. Accidenti!
Ma mi sento sbagliata, anche arrabbiata mi sento sbagliata.
Le antenne tese a captare le ingiustizie non si volgono mai a mio favore. Una lezione che da bambina hanno invano tentato di impartirmi e che puntualmente si fa realtà e un po’ mi ammala.

6 commenti:

marina ha detto...

Cara Angela, questa cronaca fa arrabbiare terribilmente. E mi rattrista per te. Mi sembra che tutto si accanisca: la povertà di quello che viene offerto alla persona che soffre, la disorganizzazione frutto di noncuranza, e l'atteggiamento di chi dovrebbe ricordare che il loro è un lavoro di cura e non un impiego come un altro. Questa è la cosa più brutta da parte di chi dovrebbe non solo mostrare, ma proprio sentire vicinanza ed empatia con i sofferenti che gli sono affidati.
Resistere è la sola cosa che si possa fare, resistere se almeno un atomo di aiuto arriva da quel luogo.
ti abbraccio

Arnicamontana ha detto...

Marina, grazie della presenza e del commento ad un post che credevo incommentabile. So che capisci quanto ci si possa sentire "dimenticati" e spesso trattati "tutti uguali"... come se non ci fossero specificità, personalità, vissuto, malattia diversi per ciascuno. Ed è vero : la cosa più avvilente e scoraggiante è proprio constatare quanto, a volte, le malattie mentali siano trattate alla stregua di un braccio fratturato. Ti abbraccio anch'io che mi spero ancora resistente

romeo sciommeri ha detto...

Ciao Arnica, il segno del tuo passaggio al mio blog questa volta è stato il commento "meraviglia" alla foto di un viale alberato di cui si vede la luce in fondo - ed eccomi qui che mi ritrovo in uno scritto che è una specie di bosco con sprazzi di luce qua e là e non si sa bene dove andare per uscirne e tornare a casa pace possibile per il sensibile - qualcosa del genere, ciascuno ha la sua, di casa nel mondo, e se lo hanno frattato, se gliela hanno occupata, c'è da fare una guerra di liberazione sostenuta dalla diplomazia del governo in esilio - posso fare altro? posso scegliermi un'altra casa dal mio me? no, tu hai il senso della giustizia, lo sai che qualcuno-qualcosa ti ha fatto violenza espropriante, quindi resistenza come dice Marina, resistenza, e guerra, sì, guerra, e che?, ti fai portar via la vita come niente fosse?, no, no, non te la hanno già portata via, non è braccio rotto, è altro, un giorno tutto il male invivibile può scomparire come niente fosse stato, solo il rimpianto lussuoso di non aver vissuto per un periodo anche lunghissimo della vita ma è fatta, sei fuori dal fuori, dentro casa dentro il mondo, la tua casa nella tua vita, vivibile anche nel dolore inevitabile, comunque bella, infinitamente bella, irrazionalmente infinitamente bella nonostante tutto.
Sono andato di getto, e forse ho scritto per me e non per te, perché la prima intenzione per la quale mi ero messo a scriverti è stata quella di dirti che, accidenti, potevi anche scrivere meglio quello che hai scritto. Anzi, se vai avanti a scrivere visto che hai messo il numero 1, vedi di scrivere meglio, che certi passaggi non è che sono gran che per una come te che ha letto tanto e tanto ama leggere. A meno che non lo hai fatto apposta per far vedere l'invisibile buoio dei rovi cupi in cui si può cadare in certi boschi, ma mi sa di no, che non ti sei applicata abbastanza, tanto noi che veniamo a leggere chi siamo? e poi, già, doveva essere incommentabile, eh eh... :-)

arnicamontana ha detto...

Ciao Romeo, tu invece hai scritto molto bene. E hai usato parole che mi hanno fatta rabbrividire e sobbalzare. Oltre che avermi dato da pensare come sempre.
Come un naufrago, mi aggrappo a quella possibilità di cui parli
"un giorno tutto il male invivibile può scomparire come niente fosse stato"... Grazie

Emilia ha detto...

Cara Arnica, quello che dici mi commuove profondamente. Credo di sapere di cosa stai parlando, di conoscere da vicino questa realtà in modo diretto e indiretto.
In questa società la “fragilità” fa paura, ci abita tutti, ma molti spendono le loro energie per tenerla fuori dalla porta, e quando qualcuno cerca di portarla dentro si ergono muri, difese, si prendono le distanze.
Parli di sospetto e non avresti potuto trovare una parola più adatta. Chi pretende di parlare di sé, dei propri problemi, di cercare chi lo capisca è una persona sospetta. E come tale merita un’etichetta che ti separi da lai/lui, che definisca in modo inequivocabile che tu non sei come lui, non hai nulla da spartire con lui, perché lui “è malato” e, se sta alle tue regole può essere curato.
E in questo processo non esiste “accoglienza” né tanto meno “fiducia”. “ Sei lì per essere curata” appunto.

Non tutti resistono e diventano come dici tu “anime erranti che smettono di curarsi e finiscono alla deriva?”.
Hai ragione “troppo troppo dolore inascoltato e non rispettato”. Questa è diventata anche per me un ossessione, mi chiedo ogni giorno cosa possa fare, come si possa trovare un canale per fare uscire quell’urlo che risvegli tanta apatia ed indifferenza da parte dei più e tanta arroganza da parte di chi dovrebbe occuparsi di questi problemi.
Forse avevo aperto un blog per questo, per raccontare, per raccogliere testimonianze, per dare voce… Ma ancora sono bloccata alla partenza. Meno male che esistono persone come te che ci risvegliano. Un abbraccio di cuore

arnicamontana ha detto...

Emilia, carissima... a volte
(e sono certa che non è una cosa solo mia)
ho il timore quasi paralizzante di parlarne, timore soprattutto di risultare oltremodo lamentosetta.

Ma chi conosce almeno un po' queste realtà dall'interno, chi mantiene ancora un briciolo di lucidità, non può sempre soprassedere...ogni tanto accade, per mille ragioni. Ma sento sempre che non può essere così, non si può tacitare e lasciar correre... Non quando si tratta di anime fragili e malate. Grazie, sempre, della tua particolare vicinanza e capacità di entrare nell'altro.