7 dicembre 2008

Da un po’ di tempo mi torna in mente, spesso e in diverse circostanze, un film che ho cercato affannosamente solo per la bellezza del titolo. La vita segreta delle parole. L’ho cercato senza volerne sapere niente, come a volte capita con i libri, un titolo che ti chiama, che ti evoca qualcosa di irresistibile…Magari si rivela una perdita di tempo, però hai quella giusta dose di masochismo da volerlo scoprire da sola…Altre volte, un bel titolo conferma un buon libro (L’ombra del vento…e mille altri)…

La vita segreta delle parole è il secondo film della regista spagnola, Isabelle Coixet, prodotta dai fratelli Almodovar. Il suo primo lavoro, La mia vita senza di me, è ugualmente un film dolorosissimo…E proprio per la bellezza del titolo, un paio d’anni fa, ovviamente dimenticando di averlo già visto, l’ho preso a noleggio 3 volte!!! Ecco un esempio di quanto la bellezza inganna!

Mi pare che la regista senta come missione quella di indagare il dolore, di mettere a nudo, attraverso situazioni estreme e personaggi un po’ alienati, ogni tipo di ferita subita e inferta. Il suo intento si capisce, ma non sempre riesce ad andare in profondità.

La vita segreta delle parole…C’è una piattaforma petrolifera, in mezzo all’Oceano, dove accade un incidente in cui un operaio perde la vita e un altro rimane momentaneamente cieco e gravemente ustionato. Su questa piattaforma dove ci sono solo uomini, arriva Hanna in qualità di infermiera.

Hanna in realtà lavora in fabbrica, lavora tantissimo, tanto che il suo capo la obbliga gentilmente a prendersi una vacanza. Ma Hanna non sa cosa sia una vacanza…non sa che farsene. E’ sorda e usa l’apparecchio, ma ogni tanto, quando crede non sia più “necessario” lo toglie. La sua vita è scandita perfettamente da ossessive abitudini…cosa è una vacanza? Così parte per quella piattaforma, in quel punto sospeso nel mare. In virtù di un suo passato da infermiera, va a curare questo malato speciale, lontano da tutti.

Ho tentato di raccontarlo ad un’amica questo film, ma mi sono resa conto, e lei con me, che non si capiva se mi era piaciuto o no, se mi aveva emozionata…non so esprimere un parere, non è un film facile. Mi ha interessata il significato principale, che è l’incomunicabilità, la paura di dirsi e di darsi, i traumi del corpo e quelli della mente. E’ un film pieno di metafore (alcune anche un po’ banali se vogliamo… la protagonista femminile è sorda e il protagonista maschile è cieco)… Ne scrivo perché mi torna in mente spesso in questo periodo, che vedo l’incomunicabilità alle base di tante sofferenze, di strade sbagliate, di equivoci irrisolti, lasciati lì… liberi di continuare a ferire …Mi è piaciuto l’obiettivo di questo film, l’interpretazione straordinaria dei due protagonisti principali, lei, Hanna, (Sarah Polley) e lui, Joseph (Tim Robbins). Ma è la storia di Hanna, bella e terribile, ed è la sua interpretazione che cattura e affascina. Io vorrei che sempre la parola avesse il potere di guarire, vorrei che tirare fuori le cose fosse facile per tutti, vorrei che il coraggio per affrontare le cose storte scorresse dai rubinetti insieme all’acqua, così che tutti potessero disporne. Questo film mi fa male…accidenti a lui che mi torna in mente!

5 commenti:

giorgio ha detto...

Spesso mi sorprendo a desiderare e a cercare di realizzare per mio figlio le condizioni perchè possa essere sempre felice nella sua vita. Come per me, come per tutti, è impossibile. Quello che fa la differenza è il coraggio di guardare in faccia le cose, chiamarle col loro nome e comportarsi di conseguenza.

marina ha detto...

le parole sono povere cose se dietro non c'è la voglia vera di comunicare. Le parole vanno vivificate dal desiderio di entrare in comunicazione
Certe volte diciamo una cosa e tutto in noi la smentisce
facci sapere se poi scopri se il film ti è piaciuto o no, delle volte lo si capisce dopo
marina

M.Cristina ha detto...

Ho visto il film e come te lo ricordo senza saperlo definire, ma averne memoria indica comuqnue che qualche cosa del suo contenuto è aarivato dentro di me ed ha lasciato traccia.
Non conoscevo il tuo blog ed è stato piacevole incontarti. Tornerò.

Dona ha detto...

Non conosco questo film ma sembra essere davvero toccante e che soprattutto ti possa lasciare qualcosa dentro. Ognuno di noi ha il proprio modo di reagire di fronte al dolore, nei tempi a noi piu' consoni ma credo che alla fine, seppur con piu' o meno difficolta' ci si riesca tutti, perche' le possibilita' per farlo sono di tutti.
un caro saluto
Dona

Arnicamontana ha detto...

Giorgio: sono d'accordo, nascondersi le cose può essere molto dannoso. Mi piaceva soffermarmi sulla incapacità di alcune persone a "sbloccarsi", a concedersi altre possibilità attraverso il confronto...Grazie dei tuoi passaggi.

Marina: è così, appunto come dicevo a Giorgio,però ci sono persone che non ci riescono a comunicare, anche se vogliono, questo trovo doloroso, ecco. Non posso dire che non mi sia piaciuto però ho trovato che la regista andasse poco in profondità...Un bacio :-)

M.Cristina: sì, qualcosa evidentemente lascia questo film. Grazie di essere passata, io invece ti conosco già e ho seguito la tua intervista nella stanza del the. Torna :-)

Dona: io credo molto nella capacità di reazione al dolore che, come il dolore stesso,è insita nell'uomo...Il film tratta di traumi seri, di fronte ai quali non sempre si può reagire. Ti ho commentata su flickr, hai visto? Ciao!